Queste parole – tratte dagli scritti di Aldo Capitini (Perugia, 23 dicembre 1899 – Perugia, 19 ottobre 1968) filosofo, politico, pedagogista e letterato italiano, famoso, tra le altre cose, per aver ideato, promosso e organizzato la prima Marcia della Pace da Perugia ad Assisi tenutasi nel settembre del 1961 – sono risuonate forti dentro di me mentre Mattia Civico raccontava la storia, l’obiettivo e lo stile del Punto d’Incontro di Trento, di cui è direttore.
Mi sono chiesto perché questa semplice frase – sicuramente “a effetto” – mi abbia costretto a fermarmi a riflettere. Non poteva essere un semplice gioco di parole il motivo per cui si fosse fermata lì, c’era sicuramente qualcosa di più.
Poi ho pensato a Francesca, Giacomo, Maddalena, Alberto e Alice, capi del reparto del mio gruppo, increduli e attoniti di fronte a una squadriglia che durante il campo estivo non aveva – per così dire – rispettato il mandato consegnato prima della partenza degli hike. Ho pensato a Francesco e Sebastiano, capi clan, disarmati e talvolta stanchi, dopo mesi di vita di clan in cui la partecipazione dei rover e delle scolte era saltuaria, il loro coinvolgimento e slancio si era affievolito, quasi spento. Ho pensato a Edoardo, maestro dei novizi, alle prese con una situazione particolare vissuta durante la route invernale di noviziato. Ho pensato a Matilde, Simone, Chiara e Giorgio, un po’ spaesati all’inizio dell’anno da capi e capo branco quando Michele, dopo anni di servizio in branca L/C di cui era gioco forza diventato un punto di riferimento agli occhi dei lupetti e delle lupette, aveva lasciato lo staff.
Ho ricordato i loro volti, la loro voce quando durante le riunioni di Comunità capi riportavano quanto successo in attività, non solo le esperienze “belle” ma anche quelle più critiche che li mettevano in difficoltà e li facevano sentire talvolta impotenti di fronte a situazioni che andavano oltre quanto avessero immaginato, oltre a quanto si sentivano in grado di poter non solo gestire e governare ma anche – senza l’aiuto di altri capi e capo che condividono con loro la stessa responsabilità educativa – comprendere. Ho pensato a quella sensazione che, in misura più o meno marcata, attanaglia ciascuno di noi quando ci sembra di non incidere su quanto ci circonda e di non contribuire alla felicità di quanti ci circondano, che tanto – che io mi impegni o meno – le cose andranno come devono andare e come sono sempre andate.
Che cosa realmente siamo chiamati a fare? Quale equilibrio può essere trovato tra questo “senso di impotenza” nei confronti del reale e questo “desiderio di onnipotenza” di riuscire a governare ogni cosa, di guarire ogni ferita, di essere sempre infallibili e perfetti – ed efficienti, ed efficaci – nel gestire ogni situazione?
Sono domande che chiamano in causa aspetti profondi del nostro essere umani, due estremi (che poi sono due facce della stessa medaglia) da cui siamo naturalmente attratti ma da cui – mi sembra – è meglio rifuggire. Mi pare che il senso di impotenza nasca proprio dal fatto che – implicitamente – pensiamo di essere onnipotenti. Ma non lo siamo: e quindi ci scontriamo con la realtà delle cose che ci “mostra il conto”. Scriveva John Ronald Reuel Tolkien: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare.1”
Penso che possa aiutare tutti noi il ricordarci di essere creature – e non creatori – e quindi, per nostra natura, fallibili, limitati, imperfetti. Sia chiaro, tutto ciò non deve farci ricadere nell’estremo opposto ed essere una scusa e un freno alla nostra azione educativa, che si fonda sulla chiamata all’amore che Gesù fa a ognuno e ognuna di noi e richiede serietà, competenza, approfondimento, impegno. Siamo – tra le altre cose e in questa imperfezione che ci accomuna – chiamati a guardare ognuno dei ragazzi e delle ragazze che ci sono affidati con uno sguardo d’amore, capace di ascoltare davvero i loro desideri, di comprendere i loro bisogni, di accogliere i loro sogni. Siamo chiamati a riconoscere che solo se ognuno e ognuna di noi si prende cura del “tu” (il prossimo) allora, piano piano, riusciremo davvero a fare qualcosa di buono per “tutti”.
[Foto di Matteo Buffa]
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