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Con la propria testa

Dove Eravamo? 

Ama il prossimo tuo come te stesso. Una legge sacra e per noi antica, quasi scontata. Ma per i tempi di Gesù assolutamente rivoluzionaria, tant’è che per darle concretezza, l’ha dovuta mettere in pratica nel modo più estremo, sacrificando la sua componente umana.  

I tratti rivoluzionari risiedevano nel fatto che, per la prima volta nella storiaci si trovava di fronte a una legge universale, valida nei confronti di tutti, senza distinzioni, dal lebbroso alla meretrice, senza “se” e senza “ma”. 

Negli ultimi anni però tutto questo è stato messo in discussione. I “se” e i “ma” come anche i “però” hanno trovato ampia voce. Anzi, forse la voce l’hanno sempre avuta ma mai prima d’ora le era stata concessa ldignità di opinione socialmente accettabile. Questo muro è caduto, con la stessa velocità con cui altri muri sono stati innalzati. Muri fatti di mattoni di paura, l’odio come cementola rabbia a mo’ di pitturaUn pentolone di emozioni che sono state strumentalizzate nel dibattito pubblico e in quello politico, toni cupi e neri che si sono messi in giacca e cravatta e hanno reclamato il proprio posto a suon di tweet e di hashtag. 

La domanda che viene fa farsi è: dove eravamo noi mentre tutto questo succedeva? Com’è possibile che la morale comune abbia iniziato a scavare sotto i nostri piedi e a cibarsi di tutto quello che era sempre rimasto sepolto? Per quale strano motivo la morte di una, cento, mille persone è diventata accettabile e ha perso il suo alone di sacralità? 

Forse eravamo distratti. Dalla gara tra chi urlava di più, tra chi commetteva lo sgarbo istituzionale più forte, tra chi reclamava con maggiore forza di dare uno spazio pubblico anche alla pancia delle persone e non solo alla loro testa. Una distrazione fatale, che non ci sarà perdonata, che sconteremo per intero. 

Pochi giorni fa un amico, da sempre impegnato nel sociale, mi diceva che il centro di formazione per rifugiati per cui lavorava, messo su con cura e devozione e da sempre considerato best practice di accoglienza, ben presto chiuderà. I motivi sono diversi ma tutti sono legati proprio al fatto che la pancia ha ormai preso il sopravvento sul resto.  

Per fortuna c’è chi resiste. C’è la Chiesa, tutta, che non rinnega il messaggio d’amore di Cristo e che ci ricorda, anche grazie al suo Pastore, che c’è bisogno di questa resistenza, c’è necessità estrema di sporcarsi le mani, di far sentire la propria voce senza urlare più degli altri. 

Perché l’amore ha una voce inconfondibile, che spicca su tutto se le orecchie sono ben tese e se il cuore è aperto, libero dai “se” e dai “ma”. Se questa voce è così potente, allora forse noi, da sempre impegnati ad educare le orecchie e gli occhi e le mani e il cuore, possiamo prendere davvero consapevolezza di dover portare a compimento una missione preziosa e, oggi come non mai, indispensabile per il nostro futuro. 

Non possiamo permetterci di sbagliare, non possiamo abdicare fingendo di essere impegnati in altro. Del resto dovrebbe venirci facile, essendo la nostra una vocazione. Prendiamoci questo momento di riflessione come un test: se c’è anche solo un piccolo dubbio sul fatto che forse non vale la pena di batterci senza riserve per riaffermare la legge universale dell’amore, allora forse meglio cambiare mestiere, meglio insegnare ai ragazzini e ai pensionati il Padel, che ora va pure di moda. 

Proprio per risvegliare questa passione, forse assopita in qualcuno, abbiamo pensato a un numero speciale, che chiude il nostro ciclo di “ImPatto. Un numero tutto dedicato alla frase “attuare questo programma profondamente umano”. Abbiamo dato voce a chi crede così tanto nell’umanità e nella sua potenza da aver messo in gioco la propria vita, alcuni con scelte radicali, altri con la costanza della vita ordinaria. Ci auguriamo che le storie che leggerete nelle prossime pagine possano essere fiamma viva per quei fuochi a cui manca l’ossigeno, che non riescono a dare calore perché la legna è – speriamo momentaneamente  bagnata. 

Con questo numero finisce il mandato quadriennale di questa redazione di Proposta Educativa. Ho accettato questa sfida solo sapendo di poter coinvolgere in questo progetto persone valide e appassionate, compagni di viaggio che lo scautismo ha messo sulla mia strada. A loro va il mio grazie profondo, soprattutto per aver cercato di stanare non solo il bello dell’Associazione ma anche i nodi da sciogliere, le istanze da tenere presenti, le opportunità che il futuro offre. La consapevolezza più grande che mi porto a casa è quella relativa alla difficoltà di far sintesi di oltre 33.000 voci e altrettanti pensieri. È proprio per questo che abbiamo promosso una riscoperta, su queste pagine, del Patto associativo. Perché l’attualità, le notizie e quindi le opinioni talvolta vanno e vengono ma i valori che ispirano la nostra missione non cambiano, sono lì a presidio del bene, del bello, del sacro. La speranza che più sentiamo vicina è quella di essere riusciti a tradurre tali valori in spunti di crescita e di riflessione per le Comunità capi, per le capo e i capi che ogni giorno vivono l’emozionante avventura dello scautismo con i propri ragazzi, nelle sedi e nei boschi.  

Passiamo il testimone nella gestione di questa casa accogliente, qual è Proposta Educativa, a mani sapienti, quelle di Laura Bellomi (di cui ospitiamo la penna già in questo numero a pag. 26) e della sua nuova redazione. Siamo sicuri che grazie al loro entusiasmo, alla competenza e alla passione che li contraddistingue sapranno non solo continuare il lavoro fatto fin qui ma anche trovare nuove parole e orizzonti ancor più ampi per parlare della e alla nostra bella, grande Associazione. 

Per l’ultima volta, buona lettura! 

Francesco 

@frabigcastle  

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Proposta Educativa è la rivista per educatori scout AGESCI.

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