“I do believe in fairies!”

di Don Luca Delunghi

Cosa succede quando l’isola che non c’è diventa perfettamente organizzata ma smette di far sognare? Una riflessione sul rischio di un’educazione tutta efficiente e poco visionaria. Perché i ragazzi crescono davvero solo se incontrano adulti capaci di desiderare, rischiare e tornare a volare.

Sull’isola è calata una strana quiete, da tempo l’ombra di Peter aveva smesso di tirarlo verso l’alto, le fate non avevano più polvere sulle ali e Trilli faticava a illuminare perfino il buio sotto le foglie dell’albero dell’Impiccato. Gli abitanti della casa avevano smesso di farsi domande e non c’era nulla che suscitasse il loro interesse e svegliasse la fantasia: niente più battaglie con i pirati, niente esplorazioni, niente corse a perdifiato nelle radure. L’albero era una fortezza efficiente e organizzata, senza sorprese. I bambini sperduti non uscivano più a esplorare, perché tutto era stato scoperto. Tutto era scrupolosamente organizzato e Wendy era stata una vera mamma. Con la sua cura affidabile e il sostegno dei fratelli aveva messo ordine in ogni cosa: bisogni, tempi, ruoli, competenze. Una macchina perfetta, sicura… e tremendamente silenziosa. Niente più urla, sogni bislacchi o desideri improbabili. I bambini non sentivano più il bisogno di avventure, nessun desiderio; stavano bene così. Senza sogni però il cielo azzurro sopra e sotto l’isola sembrava scolorire, l’isola stessa sembrava scomparire.

L’immagine è un po’ amara per chi come me è cresciuto su quell’isola ma torna utile perché è il rischio che corriamo anche noi come capi e capo. Siamo così impegnati a rispondere in modo efficace ed efficiente ai bisogni – sacrosanti, reali, indiscutibili – da dimenticare che i ragazzi non crescono solo se sono “al sicuro”: crescono se hanno uno slancio, se vedono un orizzonte, se qualcuno li contagia con un sogno. A volte, in Co.Ca. rincorriamo così tanto la programmazione da non accorgerci di essere stanchi come Peter, spente come Trilli ma efficienti come Wendy. Corriamo, pianifichiamo, verifichiamo e rischiamo di perdere la capacità di stupirci, di metterci in gioco, di sognare; senza accorgercene smettiamo di volare e se noi non voliamo più, non lo farà neppure chi accompagniamo.

J.M. Barrie suggerisce, nel cuore della storia, che credere è un potere straordinario: “I do believe in fairies!” non è solo il grido per salvare Trilli ma afferma la necessità dell’immaginazione. Sono certo che un ragazzo sogna solo se vede un adulto sognare davvero: allora sì che una coccinella può immaginarsi astronauta; allora sì che un quindicenne può credere di riuscire in qualcosa che lo definisca, di vivere un’avventura che spezzi la monotonia settimanale; allora sì che un diciannovenne può lanciarsi in un viaggio in cui scoprirsi senza necessariamente essere “funzionale”. Per affrontare il viaggio i nostri ragazzi hanno bisogno di compagni di volo, non di piloti competenti con molte ansie da prestazione. Hanno bisogno di vedere capi che ci provano, che sbagliano, che rischiano, che desiderano e sognano.

Occorre ritornare a sognare, valorizzando ciò che muove il nostro cuore, senza temere di sembrare ingenui, soprattutto con chi condivide con noi la radice della stessa passione. Serve scendere e scavare per tornare al cuore dell’isola, del perché si è iniziato a servire e quale parte del nostro mondo si vuole cambiare. È un atto di coraggio il sognare: ci espone al rischio ma proprio per questo ci fa essere testimoni credibili e compagni di volo veri, educando col nostro meglio. Non siamo capi per evitare ai ragazzi il fallimento ma per mostrar loro che fallire non li definisce, che il rischio fa parte della vita, che vale la pena tentare, verificare e continuare a sognare ancora; che qualche frustrazione arriverà, che siamo vulnerabili; che il rischio e il fallimento, in definitiva, non sono nemici ma possibili maestri.

I sogni non sostituiscono i bisogni ma aiutano a indirizzarli. A noi capi l’opportunità di consegnare ai ragazzi l’idea che il futuro, pur incerto, è abitabile, che l’isola può tornare quella per cui è stata pensata e creata. Non è far sì che l’isola non perda colore la vocazione di ciascuno di noi?

Continuiamo a sognare, perché i ragazzi vedano  che sognare non è un lusso, né una fuga, ma una forma di speranza concreta che illumina e colora la vita. Una speranza che, se condivisa, può cambiare davvero il cammino di molti. Vale allora la pena sognare e sporcarsi le mani per nuove isole da scoprire. E allora sì che il sogno diventerà il coraggioso cammino, dritto fino al mattino…

 

 

[Foto di Margherita Ganzerli]
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