Un sentiero condiviso diventa metafora di una comunità viva, dove la partecipazione nasce dall’intreccio di fragilità e di talenti, e si radica nel significato profondo di ‘communio’, come dono e responsabilità. Un invito a riscoprire il valore generativo di ‘ruolo’ e di ‘compito’, a servizio di una comunità educante in cui ciascuno contribuisce al bene comune.
Immagina di essere su un sentiero ripido, con lo zaino che pesa e il fiato corto. In quel momento non serve qualcuno che reciti la parte del leader, serve qualcuno che sappia dove mettere i piedi, qualcuno che offra una mano nel passaggio esposto, qualcuno che intuisca quando è il momento di fermarsi a bere, qualcuno che inizi a cantare a squarciagola per produrre endorfine e ossitocina. In questo incastro di fragilità e forze, l’identità di ciascuno non è un’etichetta appiccicata sulla camicia, ma il riflesso di un atto di fiducia. Partecipazione non è “fare tutto”, ma sentire che la propria parte è il pezzo mancante di un mosaico che, senza di noi, resterebbe incompiuto.
Don Francesco Fiorillo ci ha testimoniato, nel nostro incontro al Monastero San Magno, una realtà che riflette quella “convivialità delle differenze” di cui parlava don Tonino Bello: un modo di abitare lo spazio per cui non esistono spettatori o ruoli istituzionalizzati, ma costruttori, membra di un corpo vivo, ciascuno con il proprio compito. E proprio girando per il monastero, alcuni caratteri bianchi impressi su una targa di legno mi colpiscono:
“Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di chi sa fare il pane e riconosce il vento. Abbiamo bisogno di visionari e di incredibili su questa terra”.
Leggendoli mi viene in mente quella volta in cui ho chiesto ad Anna, Giulia e Flavia di preparare la merenda e di condividere, insieme a quel cibo, quale contributo concreto avrebbero voluto e potuto offrire alla nostra piccola comunità di noviziato. Mentre cioccolata, biscotti e taralli si mescolavano tra le nostre mani, in piedi in mezzo al sentiero, abbiamo riscoperto il senso profondo della parola comunità. L’etimo latino communitas (partecipazione) nasce dall’unione di cum (insieme) e munus, un termine affascinante e ambivalente che, per gli antichi, indicava contemporaneamente il dono e l’onere, il compito, il dovere. Questa radice ci svela che la partecipazione non è un’opzione facoltativa, ma un intreccio indissolubile di dono – la gratuità del pezzo di sé che si offre agli altri, l’atto che crea il legame – e onere – la responsabilità che quel legame comporta. Il munus ci ricorda che abitare una comunità significa accettare incarichi, compiti, una parte del peso condiviso che sostiene l’intera struttura.
Come capo e capi spesso inciampiamo nel confine sottile tra il ruolo e il compito. Il ruolo, se ben inteso, ha una finalità educativa altissima: offre al ragazzo una cornice di riferimento e occasioni di crescita, una responsabilità assunta davanti alla comunità e quella sicurezza identitaria necessaria per non sentirsi persi. Essere capo squadriglia o vice non è un esercizio di potere gerarchico, ma una scuola che educa alla cura dell’altro e alla sintesi delle opinioni. Il rischio, però, tanto per i ragazzi quanto per noi adulti, è che il ruolo si trasformi in una corazza che impedisce il movimento, prevalendo sulla persona e bloccandola in un recinto in cui ci si preoccupa più di difendere la propria posizione che di servire la missione comune. È qui che il compito interviene come elemento dinamico e generativo. Se il ruolo definisce chi sono per gli altri, il compito definisce come contribuisco alla vita di tutti.
Nella Branca E/G, per esempio, questa distinzione è evidente nel sistema delle squadriglie. Accanto alla struttura solida del capo e del vice, c’è la vitalità dei posti d’azione, pensati per stimolare esploratori e guide a scoprirsi persone significative e talentuose, e degli incarichi, primi passi verso la responsabilità e lo sviluppo della propria personalità. Non si tratta di semplici titoli da manuale, ma di strumenti di partecipazione che mettono insieme le capacità e le risorse di ciascuno. È importante prestare attenzione anche al rischio che questi incarichi si cristallizzino: se il compito di segretario viene sempre assegnato a chi scrive bene, conserviamo l’efficienza ma rischiamo di soffocare l’educazione, privando ragazzi e ragazze della sfida del superamento dei propri limiti. Un incarico è autentico solo se è permeabile, se permette di uscire dal proprio perimetro per incontrare l’altro, e la partecipazione vera scatta quando il magazziniere si ferma ad aiutare il cuciniere in difficoltà, rompendo lo schema del “mio” e del “tuo” per abbracciare il bene della squadriglia. Solo in questo modo è possibile sperimentare pienamente il valore dell’interdipendenza e la bellezza di sentirsi parte di un disegno comune.
[Foto di Gianluca Poli]
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