L’ostinata bellezza del rimanere

di Francesca Santeusanio

Quando il cammino si fa fatica e disillusione, la partecipazione si trasforma in scelta di restare, un atto di resistenza che nasce dal “nonostante”. Ispirato alla Perfetta Letizia di San Francesco d’Assisi, l’articolo propone una ‘pedagogia del limite’ in cui l’esserci diventa testimonianza e servizio.

C’è un momento in cui il sentiero smette di essere promessa e si fa polvere, fatica, silenzio, anche solitudine. È il momento in cui i desideri, i sogni, le aspettative che avevamo individuato sulla mappa della nostra vita associativa si scontrano con la realtà: un’impresa fallita, una relazione che si incrina, la sensazione di essere “fuori posto” o inadeguati, proprio in quel luogo che abbiamo sempre chiamato casa.

In questa “crepa” dell’anima, partecipare (esserci) non è più un gesto carico di entusiasmo, ma diventa un atto di resistenza spirituale. È la scelta di rimanere. È il “mi aspettavo” che lascia spazio al “nonostante”: nonostante la pioggia, nonostante la fatica, nonostante l’altro non mi riconosca, nonostante l’inadeguatezza, nonostante gli errori e le sconfitte. Ed è qui che san Francesco ci attende, ci prende per mano e ci parla attraverso la sua “perfetta letizia”, ovvero l’ostinata bellezza del rimanere.

Non è la gioia del successo, né tantomeno il calore del riconoscimento. È la gioia di chi, bussando alla porta della propria fraternità sotto la pioggia e il gelo, si sente dire: “Voi non entrerete; io non vi conosco”. San Francesco ci insegna che partecipare significa stare sulla soglia anche quando è dolorosa. Significa non fuggire dall’incomprensione, perché la nostra appartenenza non dipende dall’accoglienza degli altri, ma dalla fedeltà al Signore che ci ha chiamati su questa strada “nonostante tutto”. Partecipare “rimanendo” può assumere sfumature diverse lungo le stagioni dello scautismo, diventando pedagogia del limite. È il mistero del “fare del proprio meglio” quando la preda scappa o il gioco non ci vede vincitori. È dire al lupetto e alla coccinella: “Il tuo posto in questa famiglia felice è sacro, non perché hai vinto, ma perché ci sei”. È l’uragano delle emozioni quando l’impresa crolla o la squadriglia non è il porto sicuro desiderato. Allora rimanere significa onorare la Legge perché “la guida e lo scout sorridono e cantano anche nelle difficoltà“. È esserci in un consiglio della Legge complicato per scoprire che la comunità non nasce dall’assenza di conflitti, ma dalla fatica condivisa per superarli. È la partecipazione che si fa scelta politica. Rimanere nel servizio anche quando sembra di “arare il mare” e quando il cambiamento sembra invisibile. È vivere la strada come luogo di umiltà dove l’unica cosa che resta è l’essenziale. È stare di fronte alla comunità e dire, apertamente, non so se ce la faccio. Spesso viviamo la frustrazione di progetti educativi che sembrano non dare frutti, o di dinamiche associative pesanti. Essere protagonisti in Co.Ca., partecipare alle assemblee, abitare le strutture anche quando sentiamo che il “nostro” scautismo è lontano da ciò che vediamo, è un atto d’amore. La stanchezza del servizio è reale, tangibile, dentro un quotidiano che ci schiaccia, in una semina che sembra non portare frutto, nello sguardo demotivato di un esploratore o nella stanchezza di vita di una scolta. Se partecipo solo se tutto corrisponde alle mie aspettative, sto servendo me stesso, non i ragazzi e le ragazze che mi sono affidati. Per noi capo e capi, talvolta, “rimanere” è la forma più alta di magistero.

La “perfetta letizia” è la libertà di chi sa che il proprio contributo è una goccia necessaria, indipendentemente dal fatto che venga applaudito o meno. Partecipare è testimoniare che la speranza si allena restando. Partecipare significa accettare di essere strumenti, custodi di un tesoro che non ci appartiene. Che, anche quando le nostre aspettative sembrano infrante, il progetto di Dio sui ragazzi e le ragazze continua, misterioso e fecondo, anche grazie al nostro umile restare. Mi piace pensare che partecipare non è possedere uno spazio, ma abitare un tempo. È l’ostinazione e la caparbietà di chi sa che c’è una bella vista dopo la salita, il sole oltre le nuvole, che c’è la crepa perché da lì passa la luce. Educare alla partecipazione significa, dunque, educare a stare, anche nelle crepe. In un mondo che ci vuole “performanti” o pronti a cambiare rotta alla prima difficoltà, lo scautismo propone la radicalità del rimanere. Partecipare è un atto di resistenza: è dire, con la vita, che il bene comune vale più della mia esigenza personale o del mio momento di stanchezza. Solo così la nostra partecipazione diventa profezia. Mi impegno “con l’aiuto di Dio” nonostante il cuore, a volte, sia stanco ma l’orizzonte è ancora lì che mi aspetta.

 

[Foto di Francesca Santeusanio]
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