Una rilettura del senso della Provvidenza come presenza viva che orienta, senza eliminare le fatiche. Saperla riconoscere nelle pieghe e nelle piaghe della vita ci fa scoprire come anche le ferite possano diventare vie di compimento. Una proposta che invita a entrare nella vita con fiducia, comprendendo che nulla è mai perduto.
Dopo “Il principe d’Egitto”, nel 2000 usciva il film d’animazione “Giuseppe – Il re dei sogni”. La storia di Giuseppe, il piccolo dei dodici figli di Giacobbe, non è conosciuta quanto quella di Mosè, ma il film ha toccato il cuore di tanti.
Io avevo 18 anni, stavo ragionando su cosa fare della mia vita e quale strada prendere per essere felice. Era l’anno del Giubileo del nuovo millennio, l’anno in cui ho camminato a piedi con i miei amici verso Roma per vivere insieme a Giovanni Paolo II la GMG di Tor Vergata. Qualche settimana dopo, prima della Seconda Intifada, sono stato per la mia prima volta in Terra Santa sempre con quegli stessi amici: in cuor mio crescevano le domande sul mio futuro, un misto di paure, dubbi, possibilità che mi si prospettavano davanti per le mie scelte di vita.
Giuseppe, dopo la gioia di sentirsi prediletto, ricco del talento divino dei sogni, vive la fatica della gelosia dei fratelli, la tragedia del loro tradimento, l’amarezza dell’esilio e dell’abbandono, la violenza della schiavitù e la meschinità delle bugie e del potere, fino a quando non si trova in prigione e inizia a cantare, anzi inizia a comprendere: “Avevo agito bene, avevo le risposte, la strada era quella giusta ma mi ha portato qua”. Le parole che Giuseppe canta non nascono dalla rassegnazione ma dalla fiducia nel fatto che il senso di quel presente non coincide con ciò che vede sul momento. Quel giovane in prigione non capisce il “perché” ma sceglie comunque di non chiudersi. È lì che la storia prende senso e il passato si trasfigura: ogni cosa acquista valore, perché “Tu vedi più lontano di me, Tu sai la via”.
C’è un modo molto diffuso, e forse sbagliato, di intendere la Provvidenza: come un piano già stabilito, un copione scritto, la garanzia che “andrà tutto bene”. La vita reale non è così, ancor di più per noi che abbiamo ricevuto il dono della fede. La Provvidenza non è che l’amorevole cura con cui Dio guida e sostiene l’umanità verso il compimento del suo disegno di salvezza, tenendo conto delle molteplici strade che possiamo liberamente scegliere. Non “guarda da lontano” ma partecipa alla vita di ognuno di noi.
Il Dio di Abramo, di Isacco, e di Giuseppe, il Dio di Gesù Cristo che lui stesso ci ha presentato come Padre, è buono e misericordioso e anche provvidente. Non è un disegnatore incallito di progetti da ingegnere, sigillati con un timbro indelebile; Dio è un grande ideatore di novità che sulle scelte e le situazioni che viviamo, va a intessere la bellezza. Così partecipa pienamente alla nostra vita.
La Provvidenza di Dio somiglia a una bussola: non elimina gli ostacoli, non evita le tempeste ma aiuta a non perdere l’orientamento, lasciando la possibilità di cambiare rotta e scegliere. Allora anche quella che sembra una maledizione può essere una soglia da cui intraprendere un nuovo sentiero. Uno dei nostri canti ce lo ricorda: “Entra nel gioco, gioca la tua parte. Non è ancor nato chi gode all’avventura guardando il mondo dietro il buco della serratura”. La Provvidenza inizia proprio lì: quando si smette di restare alla finestra e si accetta di entrare nella vita, anche con paura, anche senza capire tutto.
È così che tante figure, per noi modelli di santità, hanno scoperto e vissuto Dio e la Provvidenza. Giuseppina Bakhita viene rapita da bambina, venduta, umiliata, privata perfino del nome e non sembra esserci nulla di “provvidenziale” in una vita così; eppure, guardando indietro, sarà lei stessa a riconoscere che quel tempo di oscurità l’ha condotta a incontrare Cristo. Non perché il male fosse buono, ma perché Dio non ha lasciato che fosse l’ultima parola. Giovanni Paolo II cresce in una solitudine durissima: perde la madre, il padre, tutto in pochi anni. Avrebbe potuto indurirsi o chiudersi invece quella mancanza diventa profondità, capacità di stare accanto al dolore degli altri: dove la vita toglie il Signore è capace di aprire nuove strade di pienezza. La ferita alla gamba che Camillo de Lellis si porterà per tutta la vita è un limite umiliante, che lo costringe a frequentare ospedali e vivere fallimenti. Matura allora una rivoluzione silenziosa: guardare i malati non come casi, ma come persone. Dalla ferita nasce una vocazione. La piccola Teresa di Lisieux, che desiderava tanto da piccola essere eccezionale, entrata nel Carmelo, in una scelta di nascondimento scoprirà che il Signore usa quel suo desiderio immaturo per farle conoscere “la piccola via”. Il giovane francese Charles de Foucauld, con una gioventù turbolenta e inquieta scoprirà poi che proprio quel vuoto che desidera tanto riempire è la strada con cui Dio si è fatto avanti nella sua strada e lo ha reso così tanto appassionato di Lui. Ignazio di Loyola sogna gloria e carriera militare ma una palla di cannone spezza la sua gamba e i suoi sogni. Immobilizzato scopre allora nuovi e più grandi desideri nel suo cuore. Giuseppe di Nazareth si trova davanti a una situazione incomprensibile: la donna che ama è incinta, e lui non c’entra. Tutti i suoi progetti saltano, lui non fa discorsi, non pretende spiegazioni ma vive il mistero da padre.
Ciascuno di loro non ha riconosciuto la Provvidenza nel momento del dramma, ma guardandosi indietro ha intuito in quel passaggio si è aperta una nuova strada e anche “quei limoni che la vita ti ha dato son diventati una buona limonata”, citando il Dottor Nathan Katowski della serie “This is us”.
Giuseppe, al termine del libro della Genesi, quando finalmente incontra tutta la sua famiglia, esplodendo in pianto, parla al loro cuore ed è capace di dire loro: “Non temete. Tengo io forse il posto di Dio? Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso”[1]. La Provvidenza non è Dio che manda le disgrazie; è Dio che non abbandona l’uomo dentro le disgrazie. Non cambia il passato, ma ne trasforma il significato.
Essere educati a riconoscere la Provvidenza ci aiuterà nel percorso di Emmaus che da anni teniamo in mano come Associazione. Educare alla Provvidenza non significa promettere vite facili, ma imparare a rileggere la nostra storia, scoprendo che nulla è sprecato e che anche nel fango si riflette la luce. La vita, quando accettiamo di entrarci davvero, non è più semplice ma certamente è più vera e in essa possiamo incontrare Dio che ci aspetta. Lo comprenderemo quando saremo capaci di non chiedere solo “perché mi è successo?” ma inizieremo a cantare: “Tu vedi più lontano di me“.
[Foto di Federica Palma]
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