Educare non è operare al sicuro, ma camminare sul filo di una frontiera che non ci rassicura e sempre ci espone, che ci scomoda e ci chiede di lasciare le nostre zone di comfort, o magari anche le Co.Ca. di comfort.
don Luca Delunghi
Il confine è sempre un luogo scomodo. È una linea che segna il “qui” e il “là”, ciò che è nostro e ciò che non lo è, ciò che conosciamo e ciò che ignoriamo o temiamo. Stando nel mezzo il confine è uno spazio fragile e generativo, una soglia che custodisce la possibilità di un incontro o di un conflitto, di un’apertura o di una chiusura.
L’agire educativo di uomini e donne che hanno a cuore i giovani e le giovani trova senso e forza proprio qui, sul crinale. Educare non è mai operare al sicuro, ma sempre camminare sul filo di una frontiera che mai ci rassicura, ma sempre ci espone: ci costringe a misurarci con le paure di oggi, con le incertezze che attraversano le generazioni; ci scomoda e ci chiede di lasciare le nostre zone di comfort, o magari anche le Co.Ca. di comfort; ci invita a comprometterci con la vita dei ragazzi senza arroccarci dietro staccionate di sicurezza.
La nostra Associazione ha varcato tante volte la soglia, entrando nelle frontiere, sporcandosi le mani e vigilando. Quest’estate, durante un campo mi è capitato tra le mani il libro di G.Fiore “Un ponte sull’Adriatico” che racconta l’impegno vissuto nei Balcani da uomini e donne, giovani e meno giovani, che si sono messi in gioco e hanno scommesso sul futuro di un paese non loro. Mi sono chiesto come non l’Associazione, non le regioni, ma come io oggi possa cercare di impegnarmi in quelle che sono le emergenze intorno a me e che non sempre scelgo di accogliere, anche e soprattutto oltre le mura della sede.
I “Guardiani della notte”, personaggi nati dalla penna di George R. R. Martin e resi celebri dalla serie TV, sono uomini costretti a presidiare un muro altissimo (la “Barriera”), posto a difesa dei regni degli uomini. Il loro sguardo è inchiodato alla barriera: nulla deve oltrepassarla. Il loro compito è escludere, respingere, proteggere. Ma questo stesso compito li condanna a vivere nella paura, isolati, incapaci di immaginare che oltre quel muro possa esserci vita. Talvolta anche noi rischiamo di assumere la postura dei guardiani, perché nessun problema entri, nessuna difficoltà trapeli e tutto resti fermo. Siamo pronti a scrivere documenti e a pubblicare progetti, ma sempre con il rischio di rimanere guardiani spaventati che non vedono altra possibilità se non resistere all’invasione: così la frontiera diventa prigione e la soglia uno steccato invalicabile.
“Sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11): la domanda antica che attraversa i secoli ci dice che la sentinella non è guardiana della paura, ma custode della speranza. Anch’essa conosce la notte, anch’essa veglia nel buio, ma il suo sguardo non è ripiegato sulla difesa: è proteso all’orizzonte in cerca di luce. Il compito della sentinella non è respingere, ma annunciare: riconoscere il segno dell’aurora, mantenere viva l’attesa del giorno, ricordare che la notte non è eterna.
La differenza è radicale: i guardiani scrutano per impedire, le sentinelle per riconoscere. I guardiani temono che qualcosa arrivi, le sentinelle sperano che qualcuno arrivi. I guardiani possiedono un fortino assediato, le sentinelle custodiscono una comunità che attende l’alba. Quante volte le nostre strutture, i progetti, e addirittura le nostre idee o i nostri attaccamenti affettivi ci costringono dentro le mura “al di qua” della barriera? Vogliamo educare come guardiani o come sentinelle? Le nostre strutture, il fortino ben organizzato, con ciascuno dei posti d’azione ormai consolidati, ci rendono sentinelle o guardiani? Vogliamo crescere generazioni ripiegate nella paura, incapaci di varcare le soglie o generazioni che sappiano abitare le frontiere, anche quelle fuori della nostra stessa Associazione, riconoscendo in esse non solo i rischi ma anche le promesse?
Essere educatori-sentinelle significa stare sulla linea di confine senza arretrare: ascoltare le inquietudini dei ragazzi e delle famiglie, senza banalizzarle né ignorarle; osare uno sguardo che non si fermi al buio; insegnare che non tutto ciò che viene dal “fuori” è nemico, e non tutto ciò che mette in crisi è distruttivo. A volte è proprio attraverso un varco, un passaggio rischioso, che la vita si rinnova. L’agire educativo, allora, diventa profezia. Non ci limitiamo a trasmettere valori o a difendere tradizioni, ma mostriamo che il futuro può essere abitato, che le sfide possono essere accolte, che la paura può trasformarsi in fiducia. Come sentinelle vegliamo con responsabilità sulla comunità ma senza soffocarla: custodiamo l’identità, ma la apriamo al dialogo; proteggiamo i più fragili, ma non li imprigioniamo in una logica di difesa permanente.
La frontiera, se la viviamo così, è il luogo in cui la notte si apre al giorno: non un muro che divide, ma una soglia che introduce; non un confine che esclude, ma una strada che si apre.
Il nostro compito, come Associazione e come comunità educativa, è di non cedere alla paura dei Guardiani della notte, ma di assumere la responsabilità delle sentinelle: restare vigili, fiduciosi, capaci di annunciare che il giorno è vicino. Questo ci è chiesto: non di eliminare la notte, ma di custodire l’alba.
Scrivendo mi chiedo ancora se io, il mio gruppo, quello dove sarò chiamato a servire, la mia zona, quella vicino alla mia, la pattuglia in cui sono stato chiamato a fare del mio meglio e ogni altra struttura che ci tiene in piedi, insomma tutti noi siamo capaci davvero di incrociare lo sguardo di quei ragazzi e di quelle ragazze che, come Associazione di frontiera, abbiamo scelto di incontrare e accompagnare alla luce che sorge nella notte, soprattutto nel tempo delle scelte e della soglia da varcare; oppure se troppo spesso abbassiamo gli occhi, chiusi in una comoda ma infruttuosa zona di conforto, “al di qua” del confine.
[Foto di Andrea Pellegrini]
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