Essere Chiesa oggi

di Marta Iatta

Essere giovani adulti nella Chiesa oggi significa vivere tra appartenenza e periferie esistenziali, tra fede, inquietudini e fragilità. Un invito ad abitare i confini come luoghi di incontro autentico, dove la comunità si fa relazione. Una Chiesa viva, imperfetta e in cammino.

C’è un posto che conosciamo fin da bambini. Un posto in cui abbiamo acceso candele, fatto prove di chitarra, montato tende in salone, e a volte ci siamo anche un po’ annoiati. Quel posto si chiama parrocchia. E a volte ci sentiamo a casa. Altre volte un po’ fuori posto.

Non è una questione di fede. Spesso è una questione di linguaggi, di spazi, di ritmo. Essere giovani adulti nella Chiesa oggi non è comodo: è un equilibrio fragile tra appartenenza e disagio, tra fedeltà e fatica. Ti senti dentro, ma anche un po’ ai margini.

Eppure forse è proprio lì, sulla soglia, che possiamo riscoprire cosa significa davvero essere Chiesa. Non nel centro saldo e sicuro, ma nella frontiera viva e rischiosa.

Mi aiuta, ogni volta, tornare al Vangelo. Come nel cammino verso Emmaus: due discepoli confusi, in fuga da Gerusalemme, incontrano il Risorto proprio sulla strada. È lì che le Scritture si riaccendono, che il cuore si scalda, che la tavola si imbandisce. È lì che si ricomincia a credere.

Come quella donna “nota in città come peccatrice” (Lc 7,36-50) che irrompe nella casa del fariseo, lava i piedi di Gesù con le lacrime, li asciuga con i capelli, li unge. Gesù non la respinge. La accoglie. La lascia avvicinare. La salva. Lui sì, molto prima di noi, sta in spazi dove “non dovrebbe essere” e li trasforma in tavole aperte, dove anche chi è “fuori posto” ha un posto.

Oppure il lebbroso (Mc 1,40-45): impuro, escluso, fuori dalla comunità. “Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: Lo voglio, sii guarito!” Gesù rompe il confine tra dentro e fuori, tra puro e impuro. La sua è una vicinanza reale, fisica, rischiosa. Una prossimità che guarisce.

Per questo la comunità cristiana non può escludere i fragili, gli imperfetti, i non conformi.

E poi c’è Levi, l’esattore delle tasse. L’impuro istituzionale. Il compromesso fatto persona. Eppure Gesù lo chiama proprio così com’è. Non per correggerlo, ma per mettersi in relazione. Gesù vive di relazioni autentiche, non di moralismo. Sceglie la via dell’incontro, non quella del controllo o della correzione fine a sé stessa.

Forse allora essere Chiesa oggi, per noi capo e capi scout, significa soprattutto abitare. Non per sopravvivere nella struttura, ma per custodire relazioni vere. Come quando, attorno al fuoco, un esploratore ti chiede: “Ma tu ci credi davvero, o fai solo finta perché sei capo?” E capisci che la fede passa prima di tutto dalla testimonianza vissuta, non da risposte preconfezionate.

Non per difendere uno spazio, ma per creare passaggi. Come quando una scolta in route ti dice che a messa si perde e fa fatica, ma che in montagna, davanti a un’alba o a una croce di legno, ha sentito la presenza di Dio.

E allora intuisci che la questione non è solo cosa diciamo, ma come lo viviamo insieme e quale significato gli attribuiamo. Non per arroccarsi, ma per stare in cammino, anche con chi si sente ai margini. 

Per essere costruttori di ponti tra generazioni, tra “dentro” e “fuori”. Per essere voce che accoglie le domande, anche quelle più delicate, quelle più difficili, quelle alle quali non si ha risposta e che possono mettere a disagio. 

E allora scopri che la risposta non la trovi sui fogli, ma nei volti, nei gesti, nelle mani sporche. E riconosci che non devi per forza spiegare tutto, ma partire da quelle domande. Anche se è difficile. Anche quando non hai risposte. Anzi, soprattutto quando hai tante altre domande.

Già, perché non abbiamo tutte le risposte. Ma possiamo restare, ascoltare, accogliere, anche le nostre fragilità. Con pazienza. Con autenticità. Con cuore libero. Con determinazione.

Perché in fondo, non ci serve una Chiesa perfetta. Ci serve una Chiesa viva, imperfetta e in cammino. Una Chiesa che non ha paura del confine, ma lo abita. Come ha fatto Gesù. Come possiamo imparare a fare anche noi.

 

 

[Foto di Valeria Leone]

 

 

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