Relazione, rispetto e responsabilità

di Luca Frisone - Pattuglia nazionale Formazione capi

A fine marzo 2026, Save the Children e AGESCI hanno siglato un protocollo d’intesa che inaugura una collaborazione strutturata sul tema del safeguarding. Al centro di questo percorso c’è un obiettivo chiaro: rafforzare la tutela di bambine, bambini e adolescenti promuovendo una cultura della protezione che non si aggiunge dall’esterno alle pratiche educative, ma le attraversa in profondità. Una cultura capace di interrogare la qualità delle relazioni, orientare lo sguardo educativo e sostenere il benessere di chi cresce. 

Questo articolo apre un cammino di approfondimento che proseguirà nei prossimi numeri di Proposta Educativa. Ad accompagnarlo sarà il confronto che avremo con Guido Musillo e Matteo Lima, psicoterapeuti ed esperti tematici del programma Sistemi di Tutela di Save the Children. Con loro proveremo a mettere in dialogo competenze specifiche e istanze associative/metodologiche, per offrire alle capo e ai capi strumenti di riflessione utili ad abitare con maggiore consapevolezza i nodi centrali del safeguarding, integrandoli sempre di più nella quotidianità della proposta educativa scout.

Tre parole per rileggere tutto: relazione, rispetto, responsabilità 

C’è un modo essenziale per rileggere la nostra esperienza di servizio: fermarsi e cambiare sguardo. Non servono parole nuove. Ne bastano tre, antiche e insieme esigenti: relazione, rispetto, responsabilità. Il documento “Relazioni etiche, sane e di cura” del Consiglio Generale 2021 – da cui le 3 R sono tratte – può essere letto così: non solo come un testo “sulla tutela”, ma come un invito a guardare più in profondità ciò che già viviamo. Ci chiede di riconoscere che è dentro la relazione che si gioca la qualità della tutela.  

Che cosa significa tutelare? 

È importante trovare un accordo su cosa significhi, per noi, “tutelare”. È una parola che può aprirsi a diverse interpretazioni, perché rimanda sia al difendere sia al prendersi cura. Ma che cosa intendiamo quando diciamo che vogliamo prendere le difese di un ragazzo o di una ragazza? 

Dal nostro punto di vista, tutelare non è anzitutto un insieme di procedure da attivare quando qualcosa non va. È una postura educativa. Riguarda prima di tutto noi stessi, il modo in cui abitiamo il servizio, il modo in cui usiamo la nostra presenza adulta, il nostro ruolo, la nostra autorevolezza. 

Un equivoco frequente è pensare alla tutela come a qualcosa “in più”: un livello aggiuntivo, una risposta ai problemi, un sistema di regole. La prospettiva dei sistemi di tutela è diversa: la tutela non si aggiunge alla relazione educativa, ma ne rivela la qualità. 

Le tre parole — relazione, rispetto, responsabilità — diventano allora una lente. Non introducono contenuti nuovi, ma rendono osservabile ciò che già accade, spesso in modo implicito. Perché ogni relazione educativa, proprio in quanto tale, non è mai neutra.

Una bussola per il servizio 

Le 3 R non servono a misurare la bravura dei capi. Sono, prima di tutto, uno spazio riflessivo. Ci aiutano a sostare in alcune domande: 

  • che tipo di relazione costruiamo davvero con ragazze e ragazzi? 
  • quanto riconosciamo il loro spazio soggettivo, la loro voce, i loro confini? 
  • come utilizziamo — in modo più o meno consapevole — la nostra posizione educativa? 

I contesti più significativi non sono automaticamente i più sicuri. Diventano tali quando mantengono viva la capacità di interrogarsi, di nominare ciò che accade, di chiedersi se un’esperienza è davvero generativa, rispettosa, ulteriormente migliorabile.   

Relazione: il campo del legame 

Nello scautismo la relazione è il cuore del metodo: fiducia, prossimità, condivisione. Ed è proprio per questo che è una dimensione potente. 

Ogni relazione educativa è una cornice affettiva e simbolica. Nel nostro stile di fratelli e sorelle maggiori possiamo essere – o non essere – un riferimento stabile per chi ci è affidato. Possiamo diventare, per usare un’immagine cara alla psicologia dell’attaccamento, una base sicura: qualcuno da cui partire, a cui tornare, con cui rileggere ciò che si vive. 

Costruiamo, spesso senza rendercene conto, un campo di ruoli, aspettative e impliciti che ragazze e ragazzi abitano e interiorizzano. Non esistono gesti neutri: non quando incoraggiamo, non quando scherziamo, non quando lasciamo correre. 

Ogni interazione contribuisce a formare, in chi vi prende parte, un’immagine di sé, dell’altro, del potere e dei confini. Per questo, dal punto di vista della tutela, non basta che la relazione sia “buona” nelle intenzioni. Deve essere leggibile, coerente, regolata. Una relazione molto intensa ma poco chiara può essere più rischiosa di una relazione più semplice ma ben definita.   

Rispetto: riconoscere l’altro come soggetto 

Il rispetto non coincide soltanto con l’assenza di danno. È qualcosa di più radicale: il riconoscimento dell’altro come persona distinta da me, con una propria voce, una propria storia, una propria sensibilità, propri confini. 

Significa mantenere quella giusta differenziazione che evita sia la fusionalità sia il controllo. Nel nostro stile educativo – caldo, vicino, coinvolgente – questo è uno snodo delicato. Perché la vicinanza, se non è codificata, può generare ambiguità. Accade quando interpretiamo senza chiedere. Quando decidiamo “per il suo bene” senza restituire parola. Quando il potere resta implicito. Quando pensiamo di sapere già che cosa l’altro vive, desidera, teme o può sostenere. 

Il rispetto diventa allora pratica concreta: rendere esplicite le regole, legittimare il dissenso, proteggere lo spazio soggettivo, riconoscere che il vissuto di un ragazzo o di una ragazza merita sempre ascolto. Non si tratta di aderire a un principio astratto. Si tratta di mantenere la relazione viva e sana.   

Responsabilità: abitare l’asimmetria 

La relazione educativa non è tra pari. Noi adulti abbiamo più potere: più esperienza, più possibilità di definire ciò che accade, più strumenti per leggere e orientare le situazioni. 

Anche quando non lo esercitiamo in modo intenzionale, il potere è già in gioco. Come capi, abbiamo una funzione educativa che orienta e regola – spesso in modo implicito – il clima del gruppo, i confini, il significato delle esperienze condivise. 

Essere responsabili significa allora rendere questo potere pensabile e governabile. Significa costruire contesti in cui i confini siano chiari, le regole condivise, ciò che accade nominabile. La tutela, in questa prospettiva, non è solo prevenzione del danno. È qualità sistemica dell’ambiente educativo, fondata su rispetto, consenso e chiarezza.   

Il paradosso della vicinanza 

La possibilità di essere fratelli e sorelle maggiori è una delle chiavi più belle e feconde dello scautismo. È anche una delle sue caratteristiche più delicate. 

Le relazioni ad alta intensità – fatte di fiducia, prossimità, confidenza, esperienze condivise – sono anche quelle in cui i confini possono sfumare, i ruoli possono sovrapporsi, il non detto può aumentare. 

Una relazione educativa sana non è né distante né fusionale. È una relazione con confini permeabili ma chiari. La domanda, allora, non è se essere vicini, ma come esserlo. 

Quando la confidenza diventa esclusività? Quando una relazione rischia di diventare “speciale”? Quando il desiderio di aiutare satura lo spazio dell’altro? Quando il capo si sostituisce, invece di accompagnare?

Sono domande scomode, ma fondamentali. Non servono a generare paura ma a custodire uno spazio sicuro per tutte e tutti.   

Un passaggio da verificare 

Lo scautismo si propone come un cammino di crescita, un passaggio. Ma la sicurezza non è un presupposto automatico: è un esito da costruire e verificare. 

Non bastano le intenzioni. Non bastano la tradizione, l’identità, la buona fede. Serve una pratica riflessiva capace di vedere ciò che accade, nominare le zone d’ombra, aggiustare il percorso. 

Questo non indebolisce l’esperienza educativa. La rende più solida, più consapevole, più credibile. 

La Comunità capi è il luogo naturale in cui questa pratica riflessiva diventa collettiva: uno spazio in cui le “sentinelle di benessere” non sorvegliano, ma si interrogano insieme. Non controllano o giudicano, ma custodiscono la qualità delle relazioni.   

Una postura, non un obbligo 

Il rischio è trasformare tutto questo in regole e adempimenti. Ma il punto è un altro. Non si tratta di fare qualcosa in più. Si tratta di stare in modo diverso in ciò che già facciamo. 

È un passaggio culturale: dalla tutela come intervento alla tutela come qualità incorporata della relazione educativa. Una postura riflessiva, capace di osservare, leggere le dinamiche, riconoscere i segnali deboli e sostare nel dubbio senza chiudersi troppo in fretta. 

Una postura che riporta le osservazioni alla corresponsabilità propria della Comunità capi, perché nessun capo è da solo. E perché la cura delle relazioni non può essere affidata soltanto alla sensibilità individuale: ha bisogno di contesti adulti che sappiano parlarsi, verificarsi, correggersi, sostenersi.

Per cominciare 

Forse non servono subito risposte. Forse basta una domanda che accompagni il nostro servizio. Non una domanda su cosa facciamo, ma su come siamo mentre lo facciamo. Chi siamo, quando siamo in relazione con un ragazzo o una ragazza?  Da qui può cominciare una cultura della tutela che non impoverisce lo scautismo, ma lo rende ancora più fedele alla sua promessa: essere per bambine, bambini, ragazze e ragazzi un passaggio sicuro, una relazione buona, un’esperienza di crescita in cui ciascuno possa sentirsi riconosciuto, rispettato e accompagnato. 

 

Foto di Luca Frisone

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