Le scintille salgono lente verso il nero del cielo e si confondono con un tappeto di stelle fitto da togliere il fiato. La veglia è finita, le ultime note dei canti si sono spente tra i pini e il silenzio del bosco ha ripreso il suo posto. Accompagniamo i ragazzi; uno dopo l’altro scivolano nei sacchi a pelo. Noi restiamo ancora un istante accanto alle tende a sussurrare un “buonanotte” che somiglia a una benedizione: lì dentro finalmente riposano dopo la polvere e il sudore della giornata i “nostri” ragazzi.
Quante volte li chiamiamo così? È un modo affettuoso, ma porta con sé un rischio sottile: quello di pensarli come qualcosa che ci appartiene. E invece quel legame non ha nulla a che vedere con il possesso. Non sono nostri: sono vite libere, in cammino verso una meta che non siamo noi a stabilire. Forse la relazione educativa chiede un ribaltamento. Non sono loro ad appartenere a noi, siamo noi ad aver scelto di appartenere a loro: per custodirli senza imprigionarli, amarli senza possederli. È una forma di amore esigente: non occupa spazi, li apre; non costruisce dipendenze, genera libertà. Lasciare andare perché l’altro diventi se stesso.
Dentro questa prospettiva si colloca il cuore del nostro compito educativo: educare all’amore e all’affettività. Non come un tema tra gli altri, ma come dimensione che attraversa tutto. Per noi, non si tratta semplicemente di “stare in relazione”, ma di accompagnare a scoprire cosa significa voler bene, riconoscere l’altro, abitare il proprio mondo interiore senza paura e senza possesso. E questo accade, prima di tutto, attraverso ciò che siamo: il modo in cui guardiamo, ascoltiamo, parliamo, tocchiamo, lasciamo andare racconta già un’idea di amore.
Un amore che non dice “tu sei mio”, ma che impara a dire: “per me sei avventura”. “Sei scoperta e rischio, ma io ci sono perché tu possa diventare te stesso”.
Dentro questo orizzonte si collocano le domande che, come Branca E/G, stiamo provando ad abitare. Nate dall’esperienza concreta dei reparti, dall’ascolto dei capi, dall’incontro con ragazzi e ragazze che portano nuovi interrogativi, fragilità inattese e bisogno di riconoscimento e di autenticità.
Il Convegno Nazionale E/G “Per me sei avventura”1 nasce dentro questo movimento. Sarà una tappa fondamentale di un cammino più ampio. Sarà uno spazio in cui raccogliere riflessioni, metterle in dialogo, lasciarle crescere. Un’occasione per tornare alle nostre scelte fondative – la coeducazione e l’educazione all’amore – e rileggerle dentro le sfide concrete che gli adolescenti vivono oggi.
Al centro infatti ci saranno proprio loro, con le loro esigenze nel contesto odierno: un tempo complesso, segnato da fragilità nuove, da un bisogno forte di riconoscimento e da domande profonde sull’identità e sul proprio posto nel mondo.
Il nucleo del confronto saranno alcune dimensioni decisive.
Corporeità e identità: il corpo come luogo di scoperta, di fragilità, di relazione, mai semplice contenitore ma parte viva della persona. Educare all’affettività, all’amore, alla sessualità significa abitare questi temi con responsabilità, senza semplificazioni né paure, accompagnando ciascuno nella scoperta di sé e dell’altro.
Rapporto tra metodo e intenzionalità: l’avventura, la squadriglia, l’impresa, non sono strumenti neutri, ma luoghi educativi in cui scegliamo consapevolmente di far crescere la capacità di amare.
Relazione educativa: è lì che ogni scelta prende forma, è lì che ogni scelta educativa si verifica davvero. Nello sguardo che riconosce. Nella presenza che non invade ma accompagna. Nella fiducia che permette di crescere anche oltre noi.
Ed è forse proprio a questo punto che possiamo tornare a quella notte in cui le scintille salgono in cielo e noi restiamo fuori dalle tende, a vegliare un tempo che non ci appartiene ma che ci è affidato. Con la consapevolezza che educare all’amore significa appartenere senza possedere, custodire senza trattenere e lasciare che ogni ragazzo e ragazza possa, lentamente, diventare se stesso.
Foto di Giorgia Finotti
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