Esserci, senza occupare

di Lorenzo Albertini, Valentina Enea e Marco Gabriele - Pattuglia nazionale Branca R/S

Con le scolte e con i rover le relazioni prendono forma sulla strada, nei gesti, nelle parole, nei silenzi, nella fatica condivisa. Quando il sole pesa, lo zaino tira sulle spalle e la sera arriva insieme alla stanchezza, cadono molte sovrastrutture. La fatica toglie filtri, ci rende meno difesi e più veri. Anche i sensi non restano soltanto strumenti per orientarci: diventano varchi attraverso cui l’altro ci raggiunge.

Ci riconosciamo perfino dall’odore: dal sudore condiviso, dal fumo del bivacco, dalla pioggia sui vestiti. È una vicinanza umile e concreta, che smonta in fretta tutto ciò che è di facciata. E così si diventa familiari.

Anche il toccare cambia significato. Non è invadenza, ma cura: una mano tesa alla fine di una salita, una vescica medicata, il peso ridistribuito senza umiliare, una borraccia passata al momento giusto. Basta questo per dire ci sono, cammino con te. Con le scolte e con i rover impariamo che il bene non passa solo dalle parole giuste, ma anche da gesti semplici che fanno respirare fiducia.

Anche il servizio ci educa tutti: mentre proviamo a cambiare il mondo che ci circonda, finiamo per cambiare noi stessi.

E c’è una differenza sottile, ma decisiva: guardare non è ancora vedere. Guardiamo per non perdere il sentiero e per scegliere dove mettere i piedi. Ma ci sono momenti nei quali vediamo davvero: durante un hike, in un deserto, in una confidenza arrivata tardi la sera. È lì che il generico “voi” non basta più e ci viene chiesto il coraggio del “tu”. Per noi capi questo passaggio non è scontato. È più facile parlare a tutti, restare sul generale, rifugiarsi nel gruppo. Più difficile è fermarsi su una persona, riconoscere la sua fatica, intuire la sua domanda, rispettare i suoi tempi. In questo traspare il nostro essere adulti affidabili: custodi delle esperienze vissute e garanti del campo di gioco, non per occupare la vita dei ragazzi, ma per custodire uno spazio buono dove ciascuno possa crescere, esporsi, cercare.

Se domandiamo autenticità, noi quanto siamo disposti a lasciarci vedere? Non solo nelle capacità, ma anche nei limiti, nelle fragilità, nelle incoerenze. Le scolte e i rover cercano noi: adulti che ci siano. Persone di cui ci si possa fidare, non perché sanno tutto, ma perché provano, ostinatamente, a fare bene ciò che fanno.

Camminando insieme, un po’ come i discepoli di Emmaus, ci accorgiamo che molte cose si comprendono mentre qualcuno ci affianca, ascolta, aiuta a rileggere il cammino. La vita cristiana, allora, non passa anzitutto da un discorso ben fatto, ma dalla possibilità di incontrare insieme Gesù Cristo.

E poi arriva il tempo più delicato: partire e lasciar partire. Non è un distacco freddo, ma una fiducia matura nell’altro. Vuol dire accompagnare senza trattenere, sostenere senza sostituirsi, voler bene senza creare dipendenza. Vuol dire aiutare qualcuno a stare in piedi da solo.

Il convegno Orizzonte Partenza ci ha consegnato parole preziose: accompagnare verso scelte capaci di futuro, aiutare rover e scolte ad abitare il domani con speranza, senza togliere loro la responsabilità del passo personale. La Partenza, quindi, non spezza il legame: gli dà una forma più adulta e generativa.

Forse anche l’essenzialità ha a che fare con questo. Non è povertà esibita, ma una forma di cura: ascoltare davvero, partecipare senza imporre la propria idea, cercare insieme ciò che è bene. In questo 2026, in cui ricorrono gli ottocento anni dalla morte di san Francesco, può stare sullo sfondo delle nostre route la sua scelta di povertà: la libertà di fare un tratto di strada con il lebbroso, abbracciarlo e lasciarlo andare nella dignità ritrovata. Una povertà generativa, capace di amare senza possedere e di aprire strade senza occupare spazi.

Forse, come capo e capi, siamo chiamati a questo: esserci, senza occupare spazio. Essere presenti da poveri, con legami liberi e liberanti, capaci di custodire la libertà dei ragazzi. E, con umiltà, farci custodire.

Foto di Damiana Manca

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