C’è un confine sottile, profumato di bosco e fatica, che delimita il nostro incontro con l’altro: è la nostra pelle. Lei, che non può contare sulla distanza rassicurante di uno sguardo o sulla mediazione di una parola, è contatto puro, mediato – forse – solo dalla nostra intelligenza emotiva.
Nello scautismo il corpo non è un accessorio. È lo strumento con cui montiamo tende, accendiamo fuochi e percorriamo chilometri, ma è anche il primo luogo della relazione. La teologia della tenerezza – tanto cara a papa Francesco – ci insegna che Dio non ci ha salvati “a distanza”, ma facendosi carne, abitando lo spazio dell’altro attraverso l’Incarnazione.
Stese la mano e lo toccò 1 // Le toccò la mano e la febbre la lasciò 2 // Le prese la mano e la fanciulla si alzò 3 // Prendendoli tra le braccia e ponendo le mani sopra di loro, li benediceva 4 // Versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi ai discepoli 5 // “Gesù si avvicinò e li toccò dicendo: “Alzatevi e non temete” 6 .
E Gesù si lascia toccare da Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente” 7.
Il corpo dell’altro è terra sacra. Questo significa che ogni contatto fisico porta con sé fragilità e potenza. Esige, per questo, attenzione, rispetto e tenerezza; esige una grammatica della cura: deve essere un contatto che accoglie senza stringere, che sostiene senza soffocare. È la “carezza” di Dio che si fa nostra mano sulla spalla o abbraccio vigoroso. A volte “toccare” non è sempre un gesto fisico, e penso a Matteo. Matteo non vuole essere toccato; per lui un contatto non richiesto è un’invasione violenta della sua zona di prossimità, un rumore assordante sulla pelle. Con lui, educare attraverso il tatto significa imparare a non toccare. Non farlo non è assenza di relazione, ma la forma più alta di rispetto: è riconoscere il suo confine, accogliere la sua diversità e amarlo esattamente lì dove lui si sente al sicuro. In questo caso, la “custodia” si fa spazio, distanza sacra che permette all’altro di essere sé stesso senza timore.
Per le coccinelle e i lupetti il corpo è il linguaggio primario. Un lupetto che cade non cerca una spiegazione filosofica sul dolore, cerca una mano che lo tiri su, un “cinque” che celebri una preda conquistata o quella vicinanza fisica che, nel cerchio, trasmette appartenenza. Qui il tatto è rassicurazione. Offrire ai bambini e alle bambine un contatto fisico sano e gioioso significa educarli alla realtà. La tenerezza, nel branco e nel cerchio, è il calore che trasforma un gruppo in una famiglia felice: è il gioco fisico, la lotta regolata, l’abbraccio della buona notte. Con l’adolescenza, tutto diventa più complesso. Il corpo esplode, si trasforma, diventa spesso un nemico o un estraneo, addirittura qualcosa da ferire o negare. Le guide e gli esploratori iniziano a marcare le distanze: il contatto può diventare imbarazzante o, al contrario, l’unico modo (a volte sgraziato e scomposto) per dire un affetto che ragazzi e ragazze non sanno tradurre a parole. Qui il tatto è rispetto e limite. Come capi e capo siamo chiamati a essere “presenza discreta”. Il nostro compito è educarli a leggere i propri confini e quelli altrui. La relazione passa per la pacca sulla spalla dopo una salita dura o per il “passamano” durante una costruzione. È un contatto che dice: “Ci sono, ti vedo, rispetto il tuo spazio; tu abbi cura e rispetto del tuo corpo”. Per le scolte e i rover, il corpo diventa lo strumento della strada e del servizio. Ma c’è di più: è il tempo in cui la relazione capo-ragazzo si fa adulta, pur rimanendo asimmetrica. Qui il tatto diventa profonda alleanza. Toccare il braccio di un rover mentre ti confida una scelta difficile, o lasciare che una scolta si appoggi alla tua spalla durante un momento di pianto a fine strada non è solo conforto ma sacramento della presenza. Quando laviamo i piedi a un compagno di strada o curiamo una vescica, stiamo insegnando che il corpo dell’altro va onorato. È un “tocco che abilita”: una stretta di mano che trasmette fiducia, un abbraccio che riconosce l’adulto che sta nascendo.
Mi piace pensare che insegnare la relazione attraverso il tatto significa anche educare alla vulnerabilità. Un capo che sa stare accanto senza invadere, che sa usare le mani per costruire e per consolare, testimonia che l’altro non è un oggetto, ma un “tu” da accogliere. Testimonia che l’amore non è un’idea astratta, ma un gesto concreto di custodia. Vi auguro e mi auguro di non avere mai paura della tenerezza: è la forza di chi sa che il Regno di Dio passa anche per un abbraccio dato al momento giusto, per la mano stretta forte durante la recita del Padre Nostro, per quel silenzio condiviso, spalla a spalla, guardando insieme l’orizzonte dalla cima di una montagna, per la stretta corale durante il canto della sera.
1 Mt 8,3
2 Mt 8,15
3 Mt 9,25
4 Mc 10,16
5 Gv 13,4
6 Mt 17,7
7 Gv 20,27
Foto di Valeria Leone
Nessun commento a "Quando la mano si fa custodia"
I commenti sono moderati.
La moderazione potrà avvenire in orario di ufficio dal lunedì al venerdì.
La moderazione non è immediata.
I tuoi dati personali, che hai fornito spontaneamente, verranno utilizzati solo ed esclusivamente per la pubblicazione del tuo commento.