Le parole che fanno posto

di Marta Iatta

Le parole educano molto prima di spiegare: possono diventare etichette che chiudono, oppure spazi che fanno respirare una relazione. Lo scautismo ci insegna a “dire” di noi e dell’altro, e ci allena a usare le parole come strumento di verità.

Le parole non dicono solo quello che pensiamo. Dicono come stiamo e che posto ha l’altro per noi. “Ecco, sei sempre il solito”: lo si dice ridendo, quasi per scherzo, mentre la squadriglia sistema il materiale dopo l’uscita. Qualcuno ride. Qualcuno si adegua. Il ragazzo a cui è rivolta la frase fa una smorfia, prova a ribattere, poi lascia perdere. Non è successo niente. Eppure qualcosa è successo. Perché le parole non passano soltanto: restano. Si appoggiano addosso, si infilano nei pensieri, diventano nel tempo un modo di guardarsi dentro una relazione, in particolar modo in una relazione educativa. Perché i ragazzi e le ragazze non ascoltano solo cosa diciamo, ma come lo diciamo e, ancora più in profondità, da dove parliamo. Si sente, ad esempio, durante una verifica, quando un ragazzo o una ragazza dice: “Secondo me non è andata bene”, e qualcuno risponde subito: “Eh sì, hai sbagliato tutto”, oppure quando qualcuno prova a dire: “Non è andata, ma cosa possiamo tenere buono?”.

Le parole aprono o chiudono possibilità e lo fanno dentro una relazione, spesso in pochi secondi. Succede anche con i più piccoli, quando una bambina o un bambino torna tutto fiero con qualcosa fatto a metà e si ferma a guardarti: aspetta di capire, da come gli rispondi, se quella cosa vale oppure no. Quando diciamo “sei disordinato”, forse stiamo cercando di dire qualcosa di vero, ma stiamo anche dicendo altro: stiamo dicendo che quella cosa li definisce. Quando invece riusciamo a dire “questa volta non hai tenuto in ordine”, la verità resta, ma cambia lo spazio intorno. Non è più un’etichetta, è un fatto e i fatti possono cambiare. Le parole, allora, non sono solo strumenti per trasmettere contenuti, sono il modo in cui abitiamo la relazione e questo si sente ancora di più quando le parole mancano.

Succede in consiglio di squadriglia, al campo, o dopo una giornata storta, quando qualcuno resta zitto e nessuno gli chiede cosa ne pensa. Non dire niente, a volte, sembra la cosa più semplice. O l’unica possibile, quando siamo stanchi, quando non sappiamo bene cosa dire, quando abbiamo paura di dire la cosa sbagliata. Eppure non è neutra: ogni volta che non diamo parola a quello che accade tra noi e i ragazzi e le ragazze, togliamo spessore alla relazione, lasciandola più povera, più sottile. Ci capita anche di accorgercene dopo: una frase detta troppo in fretta, o qualcosa che non abbiamo detto e che sarebbe stato importante dire. Tornarci sopra, anche il giorno dopo, è già un modo per dire che quella relazione conta. I ragazzi e le ragazze quei vuoti non li lasciano vuoti, li riempiono, come riescono o come si sono abituati a fare. “Non sono capace.” “Non servo.” “Tanto sbaglio sempre”: parole che non abbiamo detto, ma che trovano spazio anche nei nostri silenzi.

Per questo non servono parole perfette, servono parole vere, a volte anche un po’ impacciate, cercate mentre le diciamo. Succede anche fuori dallo scautismo, quando abbiamo un problema o qualcosa che ci pesa e sentiamo il bisogno di raccontarlo a qualcuno, non per avere una soluzione, ma perché quella cosa ha bisogno di uno spazio in cui essere detta e accolta. E spesso, dopo averlo raccontato, il problema è ancora lì, ma siamo diversi noi: più leggeri, più interi, perché quel pezzo ha trovato un posto nella relazione e questo succede perché le parole tengono insieme realtà e legame. “Non è venuto, è vero. Ma ho visto che ci hai provato.” “Così non ha funzionato. Riproviamo insieme?” “Questa cosa va sistemata. E io resto qui con te”: sono frasi semplici, ma cambiano il clima. Dicono ti vedo, non sei solo quello che fai; dicono che la relazione tiene, anche quando qualcosa non va.

Lo scautismo ci consegna luoghi concreti in cui questo si impara: il Consiglio di squadriglia, la verifica, il Consiglio della rupe o della grande quercia, il fuoco di bivacco. Spazi in cui la parola circola e può diventare uno strumento di verità che non schiaccia. Succede anche più avanti, nel clan/fuoco, quando un ragazzo o una ragazza prova a dire qualcosa di sé e ha bisogno di sentire che c’è spazio per dirlo davvero.

San Francesco d’Assisi è stato maestro in questo; nel Cantico delle Creature chiama “fratello” il sole, “sorella” l’acqua, ma anche “sorella” la morte. Un modo di nominare che crea relazione, anche con ciò che fa paura, che si può dire e può esistere dentro e fuori di sé. Forse anche il nostro parlare può andare in questa direzione: non etichettare, ma riconoscere, non chiudere, ma aprire, perché i ragazzi e le ragazze imparano a parlarsi anche da come sono stati parlati. E allora può succedere che, durante una verifica, qualcuno dica: “Pensavo di non essere capace,invece questa volta mi è venuta”. Si ride, ci si guarda, ma qualcosa si è mosso perché dentro questa piccola frase c’è uno spostamento. Le parole non fanno tutto, ma mentre raccontano e colorano danno forma alla relazione. “Laudato si’, mi’ Signore, per tutte le tue creature”: tutte, non quelle che funzionano o che ci assomigliano o che amiamo di più. Così, forse, a poco a poco, i ragazzi e le ragazze imparano a definirsi dentro una relazione che li precede e li accompagna.

 

Foto di Giorgia Finotti

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