“L’anima, o caro, si cura con certi incantesimi e questi incantesimi sono i discorsi belli.”
Platone, Carmide
Ho l’impressione che oggi i ragazzi e le ragazze vengano ascoltati di più rispetto al passato. Diversi amici insegnanti mi raccontano di incontri formativi sulle strategie di apprendimento che pongono al centro l’alunno. Manco dai banchi di scuola da un po’ di tempo ma sono piuttosto certa che la mia professoressa di matematica al liceo non seguiva questi corsi o, se lo faceva, era distratta. Sempre più ragazzi esprimono il desiderio di iniziare un percorso di psicoterapia e ne parlano con meno imbarazzo, hanno il desiderio di raccontarsi e talvolta sembrano fiumi in piena nel dire ciò che portano dentro. Mi sembra anche che molti più genitori chiedano ai propri figli “come stai?” e qualcuno ci provi a rispondere con qualcosa di diverso da “bene” o “male”. C’è da chiedersi a questo punto dove si interrompa il filo del discorso: perché comunicare continua a essere così difficile?
I ragazzi sono più esperti di noi in questo. Ognuno, a suo modo, prova a dare voce al proprio vissuto, ma allora la vera domanda è: “Siamo in grado di ascoltare cosa hanno da dirci? Siamo capaci di assumere la postura giusta, di diventare concavi per accogliere ciò che vogliono consegnarci? Siamo in grado di reggere quello sguardo che spesso rimanda a una sofferenza difficile da gestire?” L’ascolto dovrebbe farci sentire compresi, accolti, abbracciati. Dovremmo imparare a stare nello sguardo, nella domanda, nella verità, dovremmo imparare a non scappare.
Lungo la strada ho ascoltato spesso discorsi profondi e domandarmi: e ora cosa gli dico? Quando i ragazzi trovano un adulto che sia realmente disposto ad ascoltarlo, raccontano delle cose di sé che io – credo – non avrei mai raccontato a un mio capo. Arrivano, spesso con poche parole, a toccare corde così profonde che quasi mi spaventa l’intensità. E quindi mi chiedo se noi adulti siamo veramente pronti a tutto questo. Noi, talvolta abituati a rimuovere le emozioni disturbanti come il dolore, la rabbia e la tristezza perché ci fanno sentire inadatti, stiamo lì a pensare costantemente di dover offrire loro delle soluzioni che non abbiamo, attivando quei filtri che non ci consentono di ascoltare davvero. E quel vuoto che resta quando non siamo in grado di rispondere parla più di noi che di loro. Ascoltare è l’elemento fondante della relazione, con noi stessi e con l’altro. La sfida oggi è offrire un ascolto autentico, che si allontani dall’individualismo e porti l’altro al centro. Mi capita di notare che quando ci poniamo in ascolto nelle risposte che diamo, tendiamo a spostare il focus su noi stessi con frasi come: “è capitato anche a me, io ho fatto in questo modo” e finiamo per parlare di noi. Ora, quel rimandare a un vissuto personale è un tentativo di empatia o un bisogno di parlare di sé? Non condanno questa risposta ma la domanda è necessario porsela. Quando riportiamo delle esperienze personali che parlano del nostro vissuto, lo facciamo perché l’altro si senta capito o perché vogliamo offrirgli la soluzione che abbiamo trovato per noi? I discorsi belli che curano l’anima non sono fatti di risposte possibili, ma di risposte necessarie. E quando queste risposte non le abbiamo, siamo chiamati a stare nell’ascolto perché l’altro sappia di avere qualcuno a cui potersi raccontare.
Foto di Stefano Nova
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