Relazione viene da relatio: re, indietro, ferre, portare1. Quindi è qualcosa che o porti indietro o porti di nuovo. Se è qualcosa che sta sia indietro sia nel nuovo, penso a un ponte, a una strada, e qui già si intravede la magia della relazione: quando avviene tra due sconosciuti è come un ponte che si realizza all’improvviso, quindi è qualcosa di quasi magico. Altri ponti invece sono lì da tempo, altri sono rotti, come il Ponte Rotto a Roma: ci provano tutti, ma nessuno riesce a farlo.
La relazione è qualcosa che ci porta ad avere sempre uno sguardo tra passato e futuro: per costruire relazioni dobbiamo, come dice una frase che mi ha sempre colpito, perdonare il nostro passato e promettere qualcosa al nostro futuro. È lì che ci giochiamo tutto. Questo sguardo su di noi è una fragilità, ma anche una forza. La domanda che mi faccio allora è: abbiamo questo sguardo? Abbiamo il coraggio di perdonare e promettere? Chi è che si prende la briga di mettersi a nudo e dire: «Io due anni fa ho sbagliato»? E chiedo anche a me stesso se ho il tempo e lo spazio di fermarmi, riflettere e farlo.
Il secondo punto è: quando non lo facciamo, perché? Come possiamo creare ambienti dove è lecito perdonare il proprio passato, è lecito fare promesse sul futuro e non solo stare sull’oggi, sul qui e ora? Quest’ottica ci assegna un mandato chiaro: metterci alla ricerca di un antidoto a quei “veleni educativi” che sono il giudizio e la ricerca di perfezione. Sospendere il giudizio proietta verso gli obiettivi futuri, mentre abbandonare la perfezione permette di accettare la propria storia. Il modo in cui guardiamo le storie e gli obiettivi personali ci mostra l’intenzionalità educativa che abbiamo. Far viaggiare lo sguardo tra passato e futuro porta al concetto di storia, di cura e attenzione alla progressione personale, che pone al centro la persona e la mette in cammino.
In questo contesto, le ragazze e i ragazzi non hanno bisogno di modelli: hanno bisogno di testimoni. Di testimoni che promettano di impegnarsi a leggere i segni nelle vite di chi gli sta di fianco, perché sanno amare le storie nel quotidiano. Di testimoni che chiedano di essere perdonati per tutte le volte che non hanno saputo meravigliarsi dei piccoli passi e ridere degli inciampi, perché conoscono l’importanza di immaginare un cammino ideale per ciascuno. È un lavoro multidimensionale, affidato a chi ha camminato su molti terreni e sa che non è nei crateri che va ricercata la soluzione alle ferite, ma nell’erba che vi cresce intorno.
Alla fine di un percorso, non ci si vede più potenti, semmai più fragili, perché la crescita prevede di esporsi: si cresce passando attraverso gli sguardi più che schivandoli. Infatti, alla fine del cammino, si è stanchi di verificare gli altri e impazienti di verificarsi: è questo che fanno i testimoni. Si impara che le attività svolte, quando rilette, diventano esperienze, momenti privilegiati che svelano al cuore dei ragazzi e delle ragazze la bellezza e il significato di quello che stanno facendo e vivendo. Quelle esperienze sono la direzione del nostro sguardo, in cui si svela la bellezza e il significato di vivere la Partenza come un orizzonte di reciprocità, una direzione alla quale non siamo soltanto diretti, ma siamo autenticamente chiamati.
Sono le bellezze e i significati che ci permettono di vedere la vita nel servizio come una vita eterna, dove niente è infinito, per cui ogni attimo acquista un valore inestimabile, che ha il sapore di eternità.
Foto di Maura De Dominicis
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