È sabato, la luce del giorno sta piano piano lasciando spazio alla sera. Sento il cellulare vibrare nella tasca e, prima di mettermi in sella alla bicicletta per rientrare a casa, guardo la notifica comparsa, decido di aprire whatsapp e leggere il messaggio inviato da Francesca, la capo reparto del mio gruppo. Raccoglie qualche pensiero scritto insieme a Maddalena, in staff con lei, per l’assistente ecclesiastico che a breve non vivrà più nella nostra città.
Mi hanno colpito – in particolare, forse anche perché su questo stavo cercando di ragionare da giorni – queste parole: “a volte è stato brusco e diretto, altre difficile da capire, ma chi ha saputo andare oltre a questo ne ha guadagnato molto di più”. Mi sono sembrate significative, perché raccontano di quel grande atto di volontà che è il vedere.
La vista – lo sappiamo – è il senso che ci permette di distinguere nitidamente quello che ci sta intorno, collocando e definendo ogni cosa all’interno dello spazio: distanze, forme, rilievi, colori. È un processo tanto importante quanto complesso, coinvolge gli occhi – deputati a ricevere gli stimoli esterni – e il cervello, che interpreta ed elabora quanto “raccolto”. In questa asettica e semplificata descrizione fisiologica si trova però un aspetto fondamentale: la vista è un processo attivo, in quanto viene messo a fuoco, e cioè viene visto davvero, quello che il cervello chiede.
Anche se non ci prestiamo attenzione, ne facciamo esperienza lo stesso. Proprio pochi giorni fa, guardando una serie sullo smartphone, notavo il mio volto riflesso sullo schermo. Per vedere la serie non bastava fissare lo schermo, dovevo decidere di guardare quanto si muoveva su di esso e non focalizzarmi su quanto riflesso.
Forse il primo modo per prenderci cura dei lupetti e delle coccinelle, esploratori e guide, rover e scolte, è vederli. Vederli davvero, per come sono (e non per quello che pensiamo che siano) e anche per come vorrebbero essere e potrebbero diventare (e non per quello che vorremmo noi che diventassero). Ci sono gli occhi, c’è il cervello indubbiamente, ma in tutto questo serve soprattutto il cuore. Talvolta, però, capita che lo mettiamo da parte: perchè fa comodo, perchè richiede meno tempo, perchè permette di stare nella comodità delle nostre convinzioni, senza che la relazione – educativa, in questo caso – metta in gioco davvero anche noi. È molto più semplice pensare che quel lupetto sia “il casinista”, che quella guida sia sempre “svogliata”, senza approfondire e vedere altro da quello che abbiamo già deciso di vedere.
Invece a noi capo e capi è richiesto un passo in più. È richiesto di posare i nostri occhi sui giovani che si sono stati affidati. Ascoltandoli, accogliendoli, riservando loro del tempo che forse non si vedono donato da altri. Ci è chiesta una vista attenta, acuta, che sappia cogliere le sfaccettature di ognuno e ognuna. In un tempo che corre, in una serie di processi senza soluzione di continuità, di attività e impegni che si susseguono vorticosamente, ci è chiesto di indugiare: non un vedere fugace, immediato. Un vedere che indugia, che prende tutto il tempo necessario, che si fa spazio di amore, che si riappropria dell’umanità spesso trascurata. In questi termini, potremmo dire che l’arte del capo è l’arte dell’indugiare.
Non è un caso che nella Scrittura Dio viene anche chiamato Atta-El-Roi (Gen 16,13), che significa “Tu sei il Dio che vede”. Agar, schiava di Abramo e in quel momento incinta di Abramo stesso, scappa nel deserto disperata. Lì, dove non c’è nessuno, Dio la vede. Essere vista vuol dire essere riconosciuta: Agar riconosce che la sua vita ha valore perché Qualcuno la vede.
E allora, per quello che possiamo, facciamo il nostro meglio per vedere quanti ci sono affidati, per andare oltre le prime impressioni, gli sguardi disattenti e superficiali. Da visti, si sentiranno riconosciuti e amati: non c’è dono più grande che possiamo far loro. Se sapremo “andare oltre”, allora tutti, noi e loro, ne avremo “guadagnato molto di più”.
Foto di Valeria Leone
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