La bellezza di condividere la vita

di Francesca Ricupati

Siamo stati ad Assisi in occasione dell’ottocentesimo anniversario della morte di san Francesco e abbiamo incontrato Luca Russo, della casa-famiglia “Fuori le mura” della Comunità Papa Giovanni XXIII, che ci ha raccontato la sua storia di incontri diventati relazioni.

C’è un’immagine che ha inaugurato il nostro incontro ad Assisi con Luca Russo, un’immagine che profuma di follia e di sconsiderata bellezza: l’unzione di Betania. Con una mitezza che non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire, Luca ci ha trasportati davanti a Maria – sorella di Marta – che frantuma un vaso di alabastro per ungere con l’olio di nardo i piedi di Gesù, compiendo un gesto che agli occhi del mondo appare come uno spreco irrazionale. Un gesto folle, fuori da ogni logica economica ma che, nell’ascolto profondo, diventa il baricentro di una vita intera e ci viene riconsegnato come il paradigma di ogni relazione autentica.

Ascoltando la storia di Luca si ha la percezione che la sua intera esistenza sia stata un “rompere il vaso” della propria vita. C’è stato un momento preciso, nel 1998, in cui la laurea in Giurisprudenza e le sicurezze di una carriera hanno ceduto il passo a un desiderio di senso più radicale. È così che, insieme a sua moglie Laura, è diventato il papà della casa-famiglia “Fuori le mura” della Comunità Papa Giovanni XXIII ad Assisi.

Per Luca e Laura la relazione è una tavola apparecchiata ogni giorno per quindici persone. È una casa in cui le due figlie biologiche sono cresciute intrecciando le proprie vite a quelle di ragazze vittime della tratta, di ex detenuti, di persone con fragilità, disabilità e bambini con patologie neurologiche. È ascoltare e sporgersi nella storia dell’altro.

Il corpo che si fa ascolto

Trovarsi ad Assisi nei giorni dell’ostensione delle spoglie mortali di San Francesco ha dato un peso specifico alle parole di Luca. Il corpo di Francesco, che dopo secoli continua a parlare, è un corpo che si è fatto ascolto, fraternità e carità.

Luca cita lo Shemà Israel, la preghiera principale con cui ogni ebreo credente professa la propria fede ogni giorno, e ci ricorda che prima di compiere atti e di fare scelte, l’obbedienza fondamentale è quello dell’ascolto: l’Ascolta Israele non è dunque solo un precetto, ma una postura esistenziale. Anche i corpi di Luca e di sua moglie Laura si sono fatti ascolto quando, dieci anni fa, si sono sporti sulla storia di Agnese. Una neonata con microcefalia congenita, un pianto straziante in una culletta d’ospedale, una diagnosi che sembrava non lasciare speranza oltre i due anni di vita. Luca e Laura l’hanno presa in braccio per farla mangiare e si sono offerti di condividere la vita con lei. Oggi Agnese ha dieci anni e, con il suo silenzio, è parte integrante di una famiglia che ha “figli di pancia e figli di cuore”.

Oltre le cattedrali nel deserto

Nella casa-famiglia “Fuori le mura” la quotidianità è fatta di gesti piccoli: tagliare la carne a un ragazzo in carrozzina, accorciargli le unghie, restare accanto a chi non vede. Luca ci ha ricordato che non servono grandi opere o cattedrali nel deserto: è l’eredità di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, che amava ripetere: «Le cose belle prima si fanno e poi si pensano». Una comunità che, come il calabrone citato da don Oreste, non dovrebbe volare secondo le leggi della fisica sociale – troppo povera, troppo fragile – eppure vola, sostenuta dalla fiducia in Dio. Sentire Luca parlare e vedere il luccichio nei suoi occhi restituisce il senso di una vita che ha rifiutato il cieco individualismo per cercare una socialità oltreconfine, ricordandoci, con Mounier, che la persona esiste solo verso l’altro.

Rimanere a oltranza

Alcune parole risuonano come un mandato educativo. Stare. Rimanere a oltranza. Resistere anche quando sembra uno spreco di tempo e di energie. La relazione è questione di osmosi più che di simbiosi: una prossimità fisica che partecipa dell’indole e della fragilità dell’altro. È la scelta di essere un contenitore vuoto, di decentrarsi per farsi riempire dall’altro.

Provocata dalla “grammatica dell’amore” di Luca, porto con me la sensazione che la vera sfida – per noi capi e capo – sia proprio questa: non bastare a noi stessi, ma offrire il nostro vuoto affinché diventi il luogo dell’incontro, certi che ogni relazione autentica nasca dalla capacità di dare un posto nel mondo a chi pensava di non averne, compiendo piccoli, antieconomici, folli gesti di cura.

 

Foto di Federica Palma

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