Odori che sanno di “casa”

di Ruggero Mariani

Non esiste relazione senza olfatto, anche nello scautismo: se partiamo con la presunzione che i piedi dell’altro siano armi chimiche letali, mentre i nostri profumino di fresco sottobosco, mai comprenderemo la metafora più potente della prossimità, che svela la verità delle cose.

C’è un momento, in ogni avventura di campo, in cui tutto diventa improvvisamente molto chiaro. Non durante una cerimonia, né mentre ti stai riposando all’ombra di un albero. Succede magari di notte, in tenda, quando dal buio arriva una frase che suona più o meno così: «Raga, ma chi è che puzza così?».

Quando parliamo di educazione, di solito menzioniamo la vista: «ho osservato quel lupetto», «guarda che progressi». Oppure l’udito: «ascoltare i bisogni dei ragazzi». Raramente, però, ammettiamo che lo scautismo è, prima di tutto, un’esperienza olfattiva.

L’olfatto è il nostro senso più primitivo, quello che non ammette filtri né diplomazie. Puoi chiudere gli occhi davanti a un problema, puoi tapparti le orecchie davanti a un urlo, ma non puoi smettere di respirare l’aria di una jamboree, se ci dormi dentro. Mentre la vista mantiene una distanza di sicurezza – si può guardare senza essere toccati – l’odore arriva, entra, coinvolge. Non chiede permesso. È la metafora più potente della prossimità.

Sappiamo che educare non è un processo asettico, ma accade nel metro quadro di una tenda igloo. Significa stare così vicini da confondere gli odori, accettando che la presenza dell’altro ci riguardi realmente. Non c’è comunità educante senza questo abbassamento delle difese, senza la disponibilità a lasciarsi toccare dall’umanità del prossimo, anche quando non è profumata.

Lo scautismo è fatto di odori che sanno di “casa”: quelli delle casse di squadriglia, misti di muffa, cordame, avanzi di cibo bruciato, polvere e ricordi; l’uniforme impregnata di route, che non si asciuga mai del tutto; il fumo che si attacca alla pelle. Baden-Powell lo aveva intuito con quel celebre: «Nessun profumo vale l’odore di quel fuoco».[1] Non è una frase suggestiva, è una dichiarazione di metodo. Ciò che conta non è ciò che appare perfetto, ma ciò che si vive insieme, fino in fondo, nelle sue dimensioni più concrete.

Educare significa anche questo: non scegliere solo ciò che “profuma” nel senso consueto, ma restare dentro ciò che è reale. Odori difficili, che diventano buoni perché raccontano qualcosa e creano appartenenza. Non sono belli in sé: sono belli perché sono nostri.

Lo stesso vale per quell’immagine potente che ci ha consegnato papa Francesco: essere «pastori con l’odore delle pecore».[2] Per noi capi e capo è un mandato chiarissimo. Non puoi accompagnare davvero se resti a distanza. Non puoi sostenere se rimani “pulito”. Se tu profumi di bucato perfetto mentre i ragazzi sono coperti di fango, qualcosa si è rotto.

L’educazione passa da una contaminazione reciproca, che ci trasforma quando ci facciamo davvero loro carico. E, se siamo attenti, l’olfatto diventa fiuto, cioè capacità di cogliere ciò che non è visibile. Sentiamo quando l’aria in squadriglia diventa pesante, avvertiamo tra i lupetti una tensione prima che esploda. Riconosciamo in un rover un sorriso forzato, un silenzio che pesa più del solito, una distanza che cresce, oppure il “profumo di buono” in un gesto di servizio timido e nascosto. È una forma di empatia incarnata, cioè la capacità di leggere ciò che non viene detto, come accade con gli odori, che non si lasciano ingannare dalle apparenze. E così anche nella relazione educativa: si può recitare per un po’, ma nella vicinanza reale ciò che siamo emerge. L’odore svela la verità delle cose e, a quel punto, non ti vedo soltanto, non ti ascolto soltanto: ti riconosco. A naso. Dal tuo odore. Ti riconosco anche senza parole. Ti riconosco nei silenzi, nei cambiamenti, nelle sfumature. Ti riconosco perché abbiamo condiviso lo stesso sudore, la stessa pioggia.

In una civiltà sempre più asettica, digitale, “inodore” – dove tutto passa attraverso uno schermo che non profuma di nulla – lo scautismo resta una delle frontiere del reale. È il luogo in cui abbiamo ancora il coraggio di sentire l’odore dell’altro, di non fuggire la fatica, di riconoscere, nel profumo di “quel” fuoco acceso, qualcosa di concreto che parla di te e di me e, ne sono convinto, anche di Dio.

[1] Robert Baden-Powell, Rovering to success: “There is no pleasure that comes near to that of preparing your own meal over your little fire of wood embers at the end of the day, and no scent like the smell of that fire”, Londra 1922, pag. 212.

[2] Papa Francesco, omelia nella Messa Crismale del 28 marzo 2013.

 

Foto di Margherita Ganzerli

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