Scoprendo la bellezza dell’altro diverso da te, vivi da subito tutta l’euforia della novità, lo stupore di accogliere nei tuoi pensieri qualcosa di assolutamente inedito. Che si tratti di un amico, di un amore o di un ragazzo che incontri nel clan dove fai servizio, d’improvviso l’altra persona attraversa la soglia: entra nel tuo orizzonte e lo cambia. L’incontro è una festa silenziosa, è il tempo della reciprocità: ti senti riconosciuto e accolto; il cuore è dilatato; l’altro è una promessa di felicità. Ti muovi con entusiasmo, come se amare fosse, semplicemente, lasciarsi andare a ciò che accade o rispondere a quello che l’altro, con la sua vita, ti chiede.
Senza rumore, in punta di piedi, come se tutti sapessero che prima o poi entrerà in scena, arriva la quotidiana ripetitività dei gesti: i ritmi si fanno familiari, il vedersi acquista normalità, i giorni si assomigliano e ci “si addomestica”. Nella continuità l’euforia lascia spazio alla razionale stabilità che implica la scelta. Si sceglie di restare e di esserci anche quando non tutto brilla, anche quando costa fatica. Nel conoscere ciò che non avevi previsto, le differenze diventano meno affascinanti e si trasformano in spigoli; le attese dell’uno non corrispondono più alle misure dell’altro.
Qualcosa si rompe, è crisi. Non guardarmi per come mi vorresti ma per come sono! Ma com’è che prima non eri così? Perché non è più come all’inizio? Certo che sei proprio difficile, non ti metti mai in discussione, devi sempre avere l’ultima parola! Vantavi un amore che mi avrebbe accolto per come sono e ora sono già fuori dal tuo schema? Non ti ho incasellato, ti avrei volentieri semplificato!
Gli interrogativi, espressi, celati nel cuore o manifestati nelle dinamiche dialettiche, rompono lo schema e nella crisi c’è un nuovo cambiamento. Lo scontro può diventare incontro benedetto se ci si lascia “slogare l’anca”: essere disposti a farsi zoppi, conoscersi e lasciarsi conoscere davvero dall’angelo che abbiamo incontrato. Al “guado” del nostro incontro è il momento di rivelare il nostro nome, la nostra identità, chi siamo veramente. Lasci un pezzo di te e trovi altri in te. Lo zoppicare di Giacobbe (Cfr. Gn 32,23 ss.), la sua fragilità, si lascia scoprire fin dall’origine. Un luogo chiamato Penuel (Gn 32,31) dove non c’è fallimento bensì un nuovo inizio, dove non c’è caduta: il combattimento fa parte della rotta.
Ci sono momenti in cui le relazioni, anche le più belle, fanno male non per la cattiveria di qualcuno, ma perché sono vive. Ciò che è vivo si muove, cambia, a volte si incrina. Il conflitto non è un incidente raro: è parte del cammino. Eppure, ogni volta che arriva, ci sorprende, ci coglie alla sprovvista e fa crollare l’ideale a vantaggio della nostra umana realtà.
Nelle relazioni che riteniamo degne di fiducia necessariamente siamo esposti. Stare accanto a qualcuno significa mostrarsi per quello che si è: fragili, incoerenti, bisognosi. Nello spogliarci del di più diventiamo maggiormente riconoscibili agli occhi dell’altro per quello che siamo. L’altro vede e anche io vedo, e non sempre quello che vediamo ci piace. Un’amicizia, cresciuta negli anni del reparto, in branca R/S, consolidata nei bivacchi e nelle scelte di servizio, all’improvviso si incrina per una parola detta male, per un silenzio troppo lungo, per un’aspettativa non dichiarata, per un’idea espressa con violenza. È capitato di litigare con un amico per qualcosa di apparentemente piccolo: un appuntamento saltato, una risposta fredda e, nel cuore, la paura di non contare abbastanza. Quando arriva la paura, la reazione è spesso sproporzionata perché non si discute più solo per un fatto circoscritto. In Comunità capi gli scontri assumono forme complesse, oltre il personale: entra in gioco il modo di vedere il servizio, l’educazione, lo stare con i ragazzi. La paura irrigidisce le posizioni e il confronto diventa scontro. In quei momenti ci si può sentire spaccati: da una parte il desiderio di restare fedeli a ciò che si pensa, dall’altra la fatica di rimanere nella logica di comunità.
Di fronte a un ragazzo che si chiude, risponde male, rifiuta ogni proposta, è più che comprensibile sentirsi inutili; il pericolo è la reazione di dura chiusura per affermare il nostro ruolo. “Mi vedi davvero?”, sta invece gridando quel ragazzo. Se non siamo lucidi e pazienti per saperlo leggere e ascoltare, meglio mettere una sana distanza, perché non tutti i rapporti si possono salvare nello stesso modo e allo stesso tempo. Lasciar andare, mostrarsi nella propria condizione di fragilità non potrebbe forse meglio aiutarci a vivere la lealtà di quello che siamo con noi stessi e con gli altri?
Alice, la protagonista del romanzo di Lewis Carroll, cresce e cambia dimensione continuamente, ciò la disorienta: non riconosce più sé stessa, non capisce dove sta, a un certo punto dice al Bruco: “Non sono più quella di prima”. Il conflitto fa questo: ci sposta, ci cambia, ci costringe a rivedere chi siamo e ci rivela – nelle aspettative, nei limiti, nelle paure, nel bene che ci si vuole.
Restare nel conflitto senza distruggere la relazione è difficile, richiede di non scappare ma anche di non aggrapparsi in modo soffocante, di stare a distanza. Richiede di dire la verità, anche quando è scomoda, e di ascoltare quella dell’altro, anche quando ferisce. Richiede tempo. A volte si risolve in un chiarimento, in un passo reciproco; altre volte implica una distanza più lunga, una separazione che non avevamo scelto. Si apre allora un altro faticoso capitolo: accettare che non tutto si può aggiustare subito. Il conflitto si fa soglia: non sempre facile da attraversare ma reale, necessaria. Da qui la scelta: chiudermi, difendermi, accusare, oppure provare, con fatica, a restare umano.
Alla fine le relazioni fanno questo: esercitano e rivelano la nostra umanità.
Foto di Rachele Ferrè
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