In un’opera meravigliosa, intitolata “I primi passi” (New York, Metropolitan Museum, 1890), Vincent Van Gogh rappresenta molto bene il desiderio e la fiducia nel futuro che caratterizzano chi educa: la madre che sostiene i primi passi del bimbo e li orienta verso il padre, pronto ad accoglierlo, ci racconta che chi ama non trattiene a sé, ma lascia andare. Infatti, per imparare a camminare è necessario avere spazio davanti e dietro di sé. È lo spazio in cui trova posto la possibilità, lo slancio, la libertà del sì o del no. In quel mezzo metro sta la differenza tra il sapere di dipendere o invece di essere capace.
È un’esperienza forte e faticosa che facciamo anche noi capi educatori. Siamo continuamente chiamati a capire cosa vuol dire prenderci tanto cura di bambine e bambini, ragazze e ragazzi e poi lasciarli andare. E lasciarli andare in modo costruttivo, per aprire percorsi, favorire riflessioni e incontri, per prepararli al cammino della vita. Significa innanzitutto saperli immaginare anche in altri ambienti e contesti. Talvolta accade che ci sentiamo indispensabili, vogliamo la loro stima in esclusiva. Allora evitiamo di “allargare il cerchio”, di proporre loro le Piccole orme, i campetti di specialità, gli eventi di progressione personale a partecipazione individuale. Quel passo in autonomia, invece, è proprio importante, permette di sperimentare le proprie forze, scoprire altro e altri, conoscere sé stessi.
Può succedere che la proposta scout non incontri il cuore di una guida, che altri impegni o situazioni scolastiche richiamino le energie di un rover e noi capi ci ostiniamo a volerli trattenere nell’unità, prevedendo “catastrofi” nel caso dovessero lasciare lo scautismo. Succede anche il contrario: c’è chi si impegna tanto nel proprio Clan, magari nello stesso servizio da più anni, ma ci sta talmente comodo da ignorare altre realtà che lo interpellano, che chiedono la sua presenza o che possono provocarlo di più. Il nostro compito di capo e capi non dovrebbe essere quello di invitare a lasciare le zone di comfort, come a volte può essere quella della comunità scout, e navigare in mare aperto? Certamente ci spingono le migliori intenzioni, ma dovremmo tenere a mente che le vie verso la felicità sono tante e che il Signore le conosce.
Lasciare andare significa permettere di crescere attraverso altre strade, altre persone di riferimento, altre esperienze. Occorre esserne capaci sia quando la strada da fare insieme è conclusa, alla Partenza, sia quando la strada non è più condivisa. È molto importante anche considerare con attenzione il modo in cui noi capi accompagniamo bambine e bambini, ragazze e ragazzi in questi delicati passaggi. Talvolta sono i passaggi rituali del percorso scout, quelle cerimonie piene di significato che conosciamo bene e curiamo nei minimi particolari. Altre volte sono passaggi irrituali, ma altrettanto importanti momenti di crescita. Sempre è bello e fortemente educativo rileggere insieme, capo e ragazzo, il senso della strada percorsa, con lo sguardo vero e grato di chi raccoglie i frutti maturi e rispetta quelli ancora acerbi. Riconoscere gli orizzonti raggiunti e guardare insieme al futuro con apertura e speranza.
Intravedere prospettive, esprimere fiducia, affidare al Signore. Benedire, cioè dire il Bene che tutta la vita permetterà di cercare ancora e sempre nel servizio e nella fraternità con il prossimo. Questo dice quell’ultimo abbraccio delle capo e dei capi. Quando lasciamo andare i nostri fratelli e le nostre sorelle scout più giovani possiamo essere fiduciosi, perché non li lasciamo cadere nel vuoto, ma li affidiamo a Dio, che è presente, ama i suoi figli e cammina con loro. Come quel padre che nel quadro di Van Gogh attende a braccia aperte i primi passi incerti.
Foto di Margherita Ganzerli
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