Secondo i racconti evangelici due cose colpivano le persone che incontravano Gesù: il suo modo di parlare di Dio e la sua capacità di entrare in relazione. Su questi due aspetti Gesù rappresentava una novità assoluta rispetto ai dottori della Legge e altri rabbi.
Di Gesù colpiva la sua capacità di ascolto; era lui che poneva domande, che andava a fondo nella situazione della persona. Bellissimo il racconto dell’incontro con il padre di un ragazzo indemoniato (Mc 9,14-27): Gesù sta con quel padre, condivide la sua sofferenza, lo accompagna in un percorso di fede non facile fino alla guarigione del figlio. O l’incontro al pozzo con la donna samaritana (Gv 4,5-42), con la quale intesse un dialogo fitto capace di superare la diffidenza pregiudiziale della donna e fare emergere le sue domande più profonde, rendendola testimone dell’incontro con il Messia, nonostante la perplessità dei discepoli.
Gesù ascolta non solo le domande profonde poste da persone in ricerca sincera come Nicodemo (Gv 3,1-21), ma anche quelle di coloro che si pongono in atteggiamento di sfida, lasciandosi coinvolgere e cambiando il suo modo di porsi, come è avvenuto con la donna cananea (Mt 15,21-28).
Di Gesù colpiva lo sguardo sulle persone, la sua capacità di scrutare in profondità l’animo della gente (Gv 2,24-25). Quello sguardo ha cambiato molte vite: quella di Levi (Mc 2,14); quella di Andrea e dell’amico che, seguendo l’indicazione del Battista, hanno seguito Gesù (Gv 1,35-39); quella di Zaccheo (Lc 19,1-10) che, incrociando quegli occhi, ha trovato il coraggio di accogliere il Signore nella sua casa e testimoniare la sua conversione; quella della donna che si è avvicinata alle sue spalle per essere guarita, ma che Gesù ha cercato con il suo sguardo per testimoniarle che la sua fede l’aveva salvata (Mc 5,25-34). Lo sguardo di Gesù, con tutta la sua intensità d’amore, si è posato anche su persone che hanno scelto diversamente: il giovane ricco (Mc 10, 21-22); Giuda (Gv 13,21-30); Pietro (Lc 22,61-62); coloro che gli tendono insidie (Mc 3,5). Lo sguardo di Gesù è significativo anche nei confronti della folla per la quale prova compassione riconoscendo i suoi bisogni (Mc 6,34; Lc 5,1-3).
In un contesto culturale e religioso ossessionato dalla possibilità di contaminarsi con chi era considerato impuro, di Gesù colpisce la libertà di incontrare le persone senza timore, stendendo la propria mano e stabilendo un contatto che riporta alla vita. Così è per il lebbroso (Mc 1,40-41), per la donna emorroissa (Mc 5,31-34), per la figlia di Giairo e il figlio della vedova di Nain (Mc 5,38-43; Lc 7,11-15). Con la stessa libertà Gesù si fa toccare da persone ritenute indegne: intensi gli incontri con le donne che si avvicinano a lui per lavare i suoi piedi o per ungere il suo capo con olio (Lc 7,36-50; Gv 12,1-3; Mc 14,3-9) e con i bambini (Mc 10,13).
Nel suo rapportarsi con le persone, quando è necessario, Gesù si manifesta anche forza e determinazione. Accade con coloro che non sono sinceri o sono così prevenuti che nulla li potrebbe scalfire (Mt 22,29; Lc 11,37-54); con i discepoli quando si ostinano a non voler capire (Mt 16,22-23; Mc 8,14-21; Lc 22,38); con le persone che cercano giustificazioni riguardo alla loro condizione (Gv 5,5-9); o di fronte al Sinedrio e Pilato durante il processo che lo condannerà (Gv 19,8-11; Gv 18,19-23).
Nel Vangelo di Giovanni (1,14) si afferma che “il Verbo di Dio si è fatto carne ed ha dimorato tra noi”; ma solo guardando Gesù noi possiamo comprendere il valore pieno di quella affermazione. Gesù ha usato tutto il suo corpo per comunicare il Vangelo di Dio (Mc 1,14): occhi, orecchie, tatto e, ovviamente, la sua parola. Tutta la sua persona è stata trasformata nel messaggio che Dio voleva dire al mondo: sono con voi, voglio vivere con voi per sempre, voglio guarirvi da ogni male che vi affligge e che ci potrebbe separare.
Gesù è vero maestro delle relazioni: attraverso tutto il suo vivere contempliamo il volto di Dio.
Foto di Marta Abbate
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