Elena Marengo, Giuseppe Meli, don Giorgio Moriconi
Incaricati e Assistente ecclesiastico nazionali alla Branca R/S
“Soglia è la mia anima
attraversata da grida di altri
che entrano, ed escono,
a volte guarite.”
Tratto da Soglia e Confine, di Daniela Dallari, raccolta di poesie “Soglia è la mia anima”, 2024
Essere soglia, lasciarsi attraversare dalle sofferenze degli altri. Non mostrarsi impermeabili, indifferenti al dolore, al male che affligge il mondo. Molte delle proposte educative che facciamo ai nostri R/S hanno l’obiettivo di far conoscere e comprendere loro la realtà di tanti poveri (nella carne e nello spirito), emarginati, ultimi, che sempre più numerosi gridano il loro dolore e la loro disperazione per la situazione disumana e disumanizzante a cui sono condannati. Sono anche occasioni di mettersi “nei panni” e di vivere in prima linea il servizio, supportati da chi (volontari, enti o associazioni) per primo si è fatto carico di un’emergenza, di soccorrere vite umane.
Il progetto nazionale “Camminando su confini di pace” ha visto quest’anno la nascita di un nuovo cantiere a Trieste, città di frontiera e confine fisico interessato dalla rotta dei Balcani. Crediamo che l’esperienza diretta di guardare negli occhi qualcuno che il mondo tende a ignorare o respingere possa spogliare da ogni “frontiera e confine” che metto fra me e l’altro, diventando opportunità di incontro vero, di stare accanto, di ascoltare senza etichette, dimenticando i ruoli. Sono senz’altro momenti straordinari, di forte impatto emotivo, che “accendono fuochi” di partecipazione solidale, di impegno civile, di promozione umana e sociale, ma che rischiano di spegnersi velocemente se non viene creato lo spazio in cui la consapevolezza diventa responsabilità, scelta di vita.
Quell’incontro deve poter essere raccontato e illuminato dalla Parola per trasformare l’anima in una soglia, attraversata dalle grida (anche quelle sorde) di chi mi sta di fronte.
Il cambiamento, innescato in quei giorni di prossimità, diventa generativo se mi aiuta a condividere con chi ho accanto tutto quello che di buono, bello e vero ho ricevuto dalla vita, se sono disposto a offrire la mia abbondanza senza riserve. In altre parole se, ogni giorno, con sempre maggiore coraggio, sono capace di chiedermi: quali sono le realtà vicino a me e le persone da cui farmi attraversare? Non possiamo non pensare in questo momento ai patriarchi Pizzaballa e Teofilo III che hanno scelto insieme ad altri sacerdoti e suore di restare a Gaza per continuare a prendersi cura di tutti coloro che si troveranno nella parrocchia della Sacra Famiglia e in quella greco-ortodossa di San Porfirio. Non solo si sono fatti attraversare dalla tragica situazione di quelle persone, ma ne hanno incarnato la storia di abbandono e di morte a cui li stanno condannando le istituzioni di tutto il mondo. Come Gesù ha scelto di morire fuori dalla città dove morivano i senza Dio, i disgraziati, tra due ladroni, proprio per farsi carne con coloro che sono disprezzati, abbandonati, reietti, allontanati dalla salvezza (Luca 23, 33-34 e 44-46), così la Chiesa cattolica di Gaza si è fatta una sola carne con le vittime palestinesi. Un’espressione forte quella di “farsi carne”. Un’immagine di più immediata comprensione forse quella dei cristalli di sale che messi nell’acqua calda si sciolgono e diventano tutt’uno con la pietanza a cui danno sapidità; non sono più visibili in quanto tali, ma si riconoscono nella sostanza e nell’armonia che sanno dare al piatto. Gesù diventa tutt’uno con ogni uomo.
Anche noi siamo chiamati a metterci in cammino e a servire con questo spirito: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.” (Filippesi 2, 3-8)
Non si tratta di un discorso morale di salvezza, ha a che vedere con la felicità personale, che avvertiamo profondamente come vera e che consiste nel farsi corpo con l’altro, nel dare tutto sé stessi per i propri fratelli.
[Foto di Nunzio Maria De Luca]
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