Don Dante Clauser e il Punto d’Incontro

di Francesca Ricupati

Siamo stati a Trento, alla Società Cooperativa Sociale onlus Punto d’Incontro, ad ascoltare una storia di un sogno che inizia molti anni fa e che continua a dare frutto e a far sognare una possibilità di vita diversa a chi viene accolto.

A Trento, in questa mattina di fine novembre, l’aria è una lama trasparente, un soffio di ghiaccio e roccia che scende veloce dalle cime imbiancate infilandosi tra i portici e lucidando i profili delle case e le vetrine gremite di decorazioni natalizie. È un’aria che sa di neve imminente, così tersa da rendere il cielo un fondale di vetro, capace di trasformare ogni respiro in una piccola nuvola densa. Il freddo asciutto e geometrico morde le guance e accelera il passo. Eppure, a pochi passi dall’eleganza di Piazza Duomo, in quel cuore cittadino che spesso corre senza guardarsi attorno, esiste un luogo dove l’inverno si ferma e questa rigidità si scioglie.

Varchiamo la soglia del Punto d’Incontro insieme a Mattia Civico, direttore dell’omonima Cooperativa, che ci ha accolti e guidati subito nel cuore pulsante della struttura: la mensa. Entrarvi è una sorpresa. La prima sensazione non è semplicemente termica: un calore denso ci avvolge, un respiro collettivo in una stanza brulicante di umanità. Il soffitto alto e le ampie vetrate colorate filtrano la luce gelida dell’esterno trasformandola in riflessi caldi e vibranti; l’impressione è quella di trovarsi in una cattedrale laica, dove il rito che si celebra è quello, sacrosanto, della dignità restituita.

Il nostro viaggio prosegue e facciamo tappa al deposito bagagli, un luogo che, nella sua essenzialità, tocca corde profonde. Sugli scaffali si accumulano valigie, zaini e borsoni, ciascuno corredato di un cartellino numerato. Ci sono tessuti sintetici logorati, pelli graffiate, cerniere forzate, scatoloni e ombrelli. Colori per lo più sbiaditi e forme diverse si mescolano in un mosaico di esistenze precarie. Ogni bagaglio appare come un vissuto sgualcito, una storia che aspetta di essere posata e riposare, almeno per un po’.

Ci accomodiamo infine in un piccolo ufficio, seduti attorno a un tavolo che accorcia le distanze. Qui la voce di Mattia ci riporta a un tema che ci sta a cuore, raccontando la storia di un sogno che ha radici scomode: il sogno di Don Dante Clauser.

Don Dante, parroco della centrale parrocchia di San Pietro dal 1964, compie nel 1977 un gesto di rottura. Decide di diventare un “prete di strada”, sperimentando un Vangelo radicale e il gelo della marginalità. È in questo “travaglio”, in questo movimento interiore, che il sogno comincia a diventare progetto.

Tutto ha inizio da un desiderio coltivato – “essere amico di coloro che non hanno amici” – poi trasformato nella scelta concreta di trasferirsi in una baracca e condividere il pranzo con chi è senza dimora attraverso un invito semplice: “siediti e parliamo”.

In un video che Mattia ci mostra, la voce di Don Dante arriva nitida e calma, carica di una sapienza antica. Parla dei “suoi barboni” e spiega che loro capiscono subito che «gli si vuol bene, li si ama non per mestiere», perché l’essenza di ogni rapporto autentico dimora nel rispetto, nella cordialità e nel dono disinteressato. Pare che il segreto del suo sogno sia questa radice d’amore, unitamente al coraggio di continuare a coltivare quel desiderio nonostante lo scetticismo della gente e le difficoltà.

Nel 1979 il progetto si struttura: nasce il Punto d’Incontro, Società Cooperativa Sociale – Onlus.

La sua vocazione è un impegno solenne: farsi carico dei senza dimora, degli esclusi, di chi non ha risorse per soddisfare le più elementari necessità (un pasto, un posto caldo, una doccia), dei giovani e dei meno giovani che le vicende della vita hanno privato di relazioni umane significative, portandoli a vivere sulla strada. Non si tratta soltanto di offrire servizi, ma di accogliere i singoli individui, ascoltarne anche i bisogni non espressi e custodirne la memoria, sforzandosi di tenere aperto uno spazio interiore – il ricordo – in cui possano avere un “permesso di soggiorno”.

Mattia ci consegna una distinzione fondamentale: questa missione non è facile, ma è semplice. E la semplicità di cui si fa portavoce diventa tangibile nel momento in cui ci ritroviamo ad accarezzare, con le mani e con gli occhi, i prodotti di artigianato realizzati nel Laboratorio di falegnameria. Questo e altri laboratori occupazionali, in cui alcuni ospiti vengono coinvolti, sono espressione della progettualità del Punto d’Incontro, che passa anche per una ricerca attenta di possibili percorsi di reinserimento e si manifesta in un impegno costante per risvegliare l’umanità, tanto nella comunità cittadina quanto negli ospiti stessi.

Quando usciamo e ci allontaniamo dal Punto d’Incontro, portiamo a casa la sfida della semplicità: spogliare i nostri progetti dal superfluo per tornare all’essenziale dell’incontro.

Spesso, nel nostro servizio, ci perdiamo nella ricerca della strategia perfetta, dimenticando che il progetto è solo la vela, ma il sogno è il vento. Il nostro primo compito non è “fare i tecnici” dell’educazione, ma essere testimoni di una prossimità autentica.

Proviamo allora a guardare i ragazzi e le ragazze che ci sono affidati sotto la stessa luce di quelle vetrate colorate: vedendo in ognuno di loro desideri, sogni e una storia sacra a cui offrire – non per mestiere ma per amore – spazi, strumenti e la possibilità di un futuro da costruire.

 

[Foto di Federica Palma]

 

 

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