I have a dream, oppure no

di Francesca Santeusanio

E se la domanda non fosse se i ragazzi oggi sappiano ancora sognare, ma se – ed è ben più scomoda – noi adulti siamo ancora disposti a supportare i loro sogni e a nutrire sogni per ognuno di loro? 

“Sogna, ragazzo sogna

quando sale il vento

nelle vie del cuore

quando un uomo

vive per le sue parole

o non vive più.

Sogna, ragazzo sogna

non lasciarlo solo

contro questo mondo

non lasciarlo andare

sogna fino in fondo

fallo pure tu.

Sogna, ragazzo sogna

quando cade il vento

ma non è finita

quando muore un uomo

per la stessa vita

che sognavi tu”.

Roberto Vecchioni, “Sogna, ragazzo, sogna”

Ci sono momenti, nella vita delle unità, in cui il sogno affiora quasi senza volerlo. Accade attorno a un fuoco di bivacco, durante una route faticosa, in una verifica fatta in cerchio quando cala il silenzio. Qualcuno dice una frase a metà, qualcun altro abbassa lo sguardo, qualcuno vorrebbe essere abbracciato per il coraggio delle parole che sta pronunciando. E lì capiamo che i bambini e i ragazzi non stanno parlando di un’impresa o di un obiettivo, ma di qualcosa di più profondo: di ciò che vorrebbero diventare, anche se non hanno ancora le parole per dirlo bene. Sono momenti fragili, delicati, che hanno bisogno di cura. Bastano poche parole sbagliate, un’ironia fuori luogo o la fretta di “tornare al programma”, perché il sogno torni al suo silenzio.

Il sogno. Che si nutre di desiderio, di immaginazione, di speranza. Parole desuete, fuori moda, poco efficienti e poco competitive. Sempre più spesso incontriamo ragazzi che fanno fatica a immaginare il futuro, non perché manchino di desideri, ma perché il mondo che li circonda sembra dire loro che è meglio non aspettarsi troppo. Alla domanda “che cosa ti piacerebbe fare?” rispondono con ciò che è “realistico e pragmatico”; evitano di esporsi per paura di sbagliare; trasformano il sogno in battuta, per non prendersi troppo sul serio. In questi atteggiamenti non c’è superficialità, ma una forma di difesa. Sognare, oggi, espone. Espone alla delusione, al confronto, alla sensazione di non farcela. I sogni sono timidi, a volte interrotti, poco condivisi, nascono in un contesto segnato da incertezze forti: un futuro raccontato più come minaccia che come promessa, un mondo fragile, relazioni instabili, individualismo. In questo scenario sognare richiede coraggio e forse anche bisogno di protezione e cura. I sogni fanno fatica a trovare parole e spazio in cui immaginarsi e compiersi.

Mi piace pensare che nel metodo scout il sogno sia un orizzonte: qualcosa che cammina con noi, che non si tocca, ma che orienta ogni passo. Lo capiamo bene quando accompagniamo un ragazzo nella progressione personale. Non sappiamo dove arriverà, e spesso nemmeno lui lo sa. Ma intuiamo che c’è una direzione che lo fa crescere, che gli fa brillare gli occhi, che gli fa battere il cuore e che lo rende più vivo. Il sogno non dà certezze, ma senso: è libero, autentico, originale e fecondo.

A volte, nei nostri gruppi, il sogno sembra non avere parole grandi. È il desiderio di “essere utile”, di “non girarsi dall’altra parte”, di “fare qualcosa che conti”. Sta in un servizio fatto con fatica, in una responsabilità accettata con timore, in una Partenza che non ha ancora contorni chiari ma è ricca di desiderio perché ammette di essere mancante di qualcosa e promette di impegnarsi nella sua ricerca. Il nostro compito di capi non è rendere questi sogni straordinari, ma prenderli sul serio, aiutare i ragazzi a vedere che anche un desiderio piccolo può diventare una scelta, e che una scelta, ripetuta nel tempo, può cambiare le cose.

Ci sono momenti in cui il sogno si spegne un po’. Quando un’esperienza va male, quando il servizio pesa, quando la realtà sembra più forte del desiderio. È lì che il ruolo del capo diventa decisivo. Non con grandi discorsi, ma con la presenza: restare accanto, ricordare il cammino fatto, aiutare a rileggere la fatica come parte del percorso. Custodire un sogno significa, probabilmente, non accelerare i tempi, non sostituirsi nelle scelte, avere fiducia anche quando il ragazzo non ne ha più.

Educare al sogno, oggi, significa creare contesti in cui sia possibile desiderare senza paura.

Significa difendere spazi di lentezza di silenzio, di ascolto, in cui il futuro non venga subito chiuso in una risposta. Come capo e capi scout non siamo chiamati a indicare un orizzonte uguale per tutti, ma a tenere aperto l’orizzonte, affinché ciascuno possa trovare il proprio posto nel mondo.

In un tempo che chiede di adattarsi, educare al sogno è un atto controcorrente. Significa dire, con la nostra presenza e con le nostre scelte educative, che la vita non è solo qualcosa da gestire, ma un dono da orientare.

Se i ragazzi imparano a sognare, non perché tutto sarà facile, ma perché qualcuno ha creduto in loro, allora il cambiamento è già iniziato. E forse è proprio questo il servizio più grande che possiamo offrire. Forse la vera domanda non è se i ragazzi oggi sappiano ancora sognare. La domanda, più scomoda, è se noi adulti siamo ancora disposti a supportare i loro sogni e a nutrire sogni per ognuno di loro. Siamo pronti a stare accanto a desideri che non capiamo, che non condividiamo, che mettono in crisi le nostre sicurezze?

Siamo capaci di non chiedere subito risultati, di non trasformare immediatamente il sogno in progetto, il progetto in obiettivo, l’obiettivo in prestazione? Perché il rischio, oggi, non è solo quello di spegnere i sogni dei ragazzi ma è quello di abituarli a sognare in piccolo, a desiderare solo ciò che è già garantito, a scegliere ciò che non disturba, nel rispetto delle aspettative degli adulti. Lo scautismo è nato come un atto di fiducia radicale nei giovani. Se smettiamo di credere che essi possano immaginare un mondo diverso dal nostro (magari migliore del nostro), allora non stiamo solo rinunciando a un metodo educativo: stiamo rinunciando al futuro. Abbiamo ancora il coraggio di essere capi di ragazzi che sognano più in grande di noi?

 

[Foto di Gianluca Poli]

 

, , ,
, , ,

3 Commenti a "I have a dream, oppure no"

  • comment-avatar
    Annamaria Galassi 13 Aprilee 2026 (20:07)

    Articolo bellissimo, condivido parola per parola; mi sono emozionata nel ritrovare i concetti dei tanti lavori effettuati sul pensiero complesso e sulla società complessa ( che vede il futuro come minaccia) declinati nello scoutismo

    • comment-avatar
      propostaeducativa 14 Settembre 2026 (21:51)

      Grazie!

  • comment-avatar
    Marilinda 13 Aprilee 2026 (21:41)

    Avere come orizzonte il sogno è meraviglioso

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

I commenti sono moderati.
La moderazione potrà avvenire in orario di ufficio dal lunedì al venerdì.
La moderazione non è immediata.
I tuoi dati personali, che hai fornito spontaneamente, verranno utilizzati solo ed esclusivamente per la pubblicazione del tuo commento.