Di sogni e bisogni

di Marta Iatta

Negli ultimi anni siamo diventati molto bravi a riconoscere i bisogni di ragazzi e ragazze, a riconoscerne fatiche e fragilità. Nei gruppi educativi l’attenzione al benessere è cresciuta e questo è un bene. Viene però da chiedersi che fine abbiano fatto i sogni.

C’è sempre un momento, durante un’uscita o una route, in cui il giorno si ritira senza far rumore e la sera prende posto attorno al fuoco. Qualcuno resta un passo indietro, lo sguardo alzato più a lungo degli altri. Non cerca risposte né soluzioni: sta semplicemente guardando il cielo. Le stelle compaiono una alla volta e, in quel silenzio, nasce qualcosa. Non da un’urgenza, ma da una chiamata sottile, da un’attrazione ancora senza nome. È lì che prende forma il desiderio.

De-sidera, mancanza di stelle: uno sguardo che sa di non possedere, ma che osa tendere lontano. Il desiderio non promette certezze; apre orizzonti, espone al rischio, invita a camminare verso ciò che forse non sarà mai del tutto raggiunto e proprio per questo vale la pena di essere cercato.

Negli ultimi anni siamo diventati molto bravi a riconoscere i bisogni dei ragazzi. Sappiamo leggere segnali di stanchezza, fragilità, sovraccarico. Il bambino che durante un’uscita cerca continuamente l’adulto, il ragazzo che si tira indietro davanti a una responsabilità, la giovane che chiede tempo perché è confusa o “non ce la fa”. Sappiamo ascoltare meglio, proteggere di più, rallentare quando serve. Nei gruppi educativi l’attenzione al benessere è cresciuta e questo è un bene.

Eppure, in mezzo a tutto questo ascolto, viene da chiedersi che fine abbiano fatto i sogni. Quando è stata l’ultima volta che abbiamo chiesto a un ragazzo non “di cosa hai bisogno?”, ma “che cosa sogni davvero?”. Non “che cosa ti serve adesso?”, ma “come immagini la tua vita, il tuo posto nel mondo, tra qualche anno?”.

Perché il bisogno chiede cura. Il sogno chiede coraggio. E spesso anche una rottura.

Attorno al fuoco la scena è familiare: qualcuno aggiunge un pezzo di legna più grande del solito. La fiamma si alza, illumina i volti in modo diverso. Il capo, la capo tendono istintivamente la mano: temono che il fuoco diventi troppo, che scaldi oltre il necessario. È un gesto comprensibile. Ma non tutto ciò che cresce va subito contenuto. Educare non è solo impedire che il fuoco divampi: è anche saper reggere una fiamma più alta del previsto.

Il sogno assomiglia a quel pezzo di legna. Lo vediamo quando un bambino, giocando, si immagina grande, capace, responsabile, quando dice di voler guidare gli altri o inventa ruoli più grandi di lui. Lo vediamo quando un ragazzo propone un’impresa che sembra sproporzionata alle forze del gruppo, quando vuole fare “a modo suo”, quando sogna qualcosa che ci appare ingenuo, esagerato, fuori misura. Lo vediamo quando una giovane parla di una strada che non capiamo fino in fondo, di una scelta che non coincide con le nostre aspettative educative, di un futuro che rischia di portarla lontano da noi.

In questi momenti possiamo osservare senza giudicare, ascoltare con attenzione, fare domande aperte che aiutino a riflettere sul perché di quel desiderio, offrire spazi dove provare e sperimentare senza paura di sbagliare, e riconoscere ogni piccolo passo come un progresso. Possiamo anche condividere esperienze che ispirino o creare occasioni in cui il sogno possa essere semplicemente raccontato e condiviso, accompagnando senza sostituirci e mostrando fiducia nelle loro capacità. Così, il sogno, lentamente, diventa esperienza e la speranza prende forma concreta.

Dobbiamo averlo in mente: il bisogno riguarda la tenuta. Il sogno riguarda la direzione. E spesso noi capi siamo molto competenti sul primo versante, un po’ meno sul secondo. Il sogno ci mette in difficoltà perché non è neutro: sposta, inquieta, rompe equilibri. Un ragazzo che sogna non è sempre gestibile. Il bisogno chiede all’adulto di intervenire. Il sogno chiede di farsi da parte, senza scomparire. E qui nasce la fatica educativa: il sogno non garantisce esiti, non è controllabile, può portare lontano da noi. E, soprattutto, in quel sogno, a volte, noi non serviamo.

Eppure lo sappiamo: la Promessa non nasce dalla sicurezza. La Partenza non risponde a un bisogno. La Strada non è il percorso più comodo. Non accompagniamo i ragazzi solo a stare bene, li accompagniamo a scegliere. Educare al sogno non significa spingere, ma non spegnere. Non tradurre subito un desiderio in obiettivo, non chiedere immediatamente “come lo realizzerai?”, ma saper sostare un po’ in quel “vorrei”.

Forse il compito più difficile oggi non è riconoscere i bisogni, ma non avere fretta di aggiustare i sogni. Educare al sogno significa restituire ai ragazzi il diritto di desiderare in grande, anche quando questo ci disorienta. Non di accompagnarli senza farli cadere, ma  di non smettere di credere che valga la pena partire. E allora, come capi e capo, come comunità educante, è importante chiedersi: quando un ragazzo esprime un desiderio che ci spaventa, lo trasformiamo subito in un bisogno da gestire? In quali momenti del nostro servizio ci sentiamo più competenti: quando c’è da contenere o quando c’è da lasciare andare? Che differenza c’è, nelle nostre unità, tra “stare bene” e “andare lontano”? Siamo adulti che accompagnano scelte o adulti che garantiscono tenuta?

Il sogno non chiede il permesso. Chiede coraggio.

 

[Foto di Matteo Buffa]

 

 

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