Di chi sono i sogni?

di Gianrico Di Fonzo

Un racconto che ripercorre il cammino scout come spazio di scoperta del desiderio e di educazione alla libertà. Dalle prime esperienze in branco fino alla Partenza, l’articolo riflette su sogni, responsabilità e cambiamento di sguardo, mostrando come il desiderio sia il vero motore di ogni percorso educativo.

Caro Gianrico,

quando sei entrato in branco mai avresti pensato che i vecchi lupi vedessero già in te l’uomo della Partenza che un giorno saresti potuto diventare. Mai avresti immaginato che i giochi durante le vacanze di branco o le avventure vissute all’interno dei campi di reparto, avessero come obiettivo qualcosa di più delle semplici emozioni che quelle attività ti stavano facendo vivere. Però, man mano che il tuo viaggio andava avanti, ti appariva sempre più evidente che i sogni espressi insieme ai tuoi capi non fossero solo richieste da esaudire, ma la direzione del tuo sguardo sul futuro. Quello che però proprio non potevi sapere  è che quelle attività ti stavano permettendo di mettere l’occhio nella serratura e sbirciare su ciò che saresti diventato non solo durante le attività scout, ma come cittadino libero nel mondo. Al massimo, avevi iniziato a percepire che durante gli anni successivi in clan, non avresti potuto fare a meno di rielaborare tutti i sentimenti scaturiti da quei momenti speciali. Il risultato nella tua testa era un vero e proprio vortice di nostalgia, che faceva un giro immenso dentro le tue esperienze scout. Insomma, le emozioni e i sentimenti tornavano sempre al punto di partenza, lo scautismo, senza riuscire in nessun modo a bucare quel velo che ti separava da ciò che sei adesso.

Forse erano i capi che ti avevano dato questa impressione? Sempre pronti a dirti dove migliorare e che cosa si aspettavano da te. Forse era la società? Che a furia di ragionare a compartimenti stagni ti stava facendo perdere il senso “sinodale” di alcune attività. Ma come, Gianrico, non ti risulta un po’ tutto fine a sé stesso così? Certo una bella storia, un bel sogno per evadere dalla realtà e dal quale non volersi svegliare, ma allora oggi vorrei chiederti: “Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi solo i sogni che non ti fanno svegliare?1”.

Conoscendoti penso proprio di no, credo che i tuoi desideri in quegli anni fossero molto più universali di così, soprattutto quelli che hai maturato durante il tuo percorso scout. Vuoi o non vuoi, quei brividi quando alla sera arrivava la strofa “Quante stelle, quante stelle, dimmi Tu, la mia qual è? Non ambisco la più bella, basta sia vicina a Te” ti stavano parlando di un prosieguo, che per quanto bravi, preparati, empatici, sensibili potessero essere i tuoi capi, non avrebbero mai potuto immaginare per te senza che tu li sorprendessi.

A te che piace tanto l’etimologia delle parole, non può essere sfuggito che quella di “desiderio” deriva dal latino desiderium, composto da de- (privazione) e sidera (stelle), significando “mancanza di stelle”, collegato all’attesa della loro realizzazione. Per cui Gianrico, oggi scopri che sono stati i desideri più profondi che sei riuscito a raggiungere dentro di te, che sono state le stelle lontane di cui hai sentito la mancanza, a illuminare il tuo cammino: non può esistere educazione senza desiderio. Nel percorso educativo di ogni ragazzo o ragazza, prima di poter scegliere di avvicinarsi a determinate tematiche, di costruire un ambiente confortevole e sicuro in cui affrontarle, di arrivare a relazionarsi con testimoni che siano loro di sostegno, è necessario che facciano conoscenza di sé,  dei propri desideri e quindi dei propri bisogni educativi a essi collegati.

Infatti, ora che ci penso, mentre si avvicinava il momento della Partenza, hai iniziato ad accorgerti che avveniva un cambiamento nel rapporto con i tuoi capi. Ti colpivano sempre meno le parole che ti rivolgevano rispetto al tuo percorso scout e ti interrogavano sempre di più gli sguardi rivolti ai diversi aspetti della tua vita. Questo cambio di prospettiva nel tempo ti ha donato nuova linfa fatta di responsabilità. La sfida che ti hanno posto davanti era di utilizzarla per una “fotosintesi dei tuoi sentimenti”, in cui ti sei sentito sempre più te stesso. Ti è sembrato un miracolo. Ti sei domandato se al giorno d’oggi esistessero ancora i miracoli e, se sì, come riconoscerli.

Dato che ti piacciono molto le etimologie dovresti aver scorto la radice di questa parola “mira”, ovvero il punto di vista che cambia e che si meraviglia. Un cambiamento che può salvare una vita intera. Per cui il miracolo richiede di contemplare lo straordinario che la nostra vita ha in potenza. Avrai notato anche che i miracoli ti portano nella direzione opposta a tutte quelle parole che ti sei lasciato alle spalle. Parole appiccicate addosso come etichette che credevi non ti avrebbero mai permesso di cambiare nel futuro, come un oracolo, che a differenza del miracolo è fisso e prevede un futuro in cui tutto è prestabilito. Per cui Gianrico, oggi scopri che la Partenza è stata per te la gioia di aver compiuto un miracolo.

Ora, prima di andare, ti svelo segreto riguardo la domanda che ti ho posto. Forse non lo sai, ma viene dalle prime parole di una canzone, la cui conclusione, neanche a farlo apposta, recita: “Ora aspettami fuori dal sogno, ci vedremo davvero, io ricomincio da capo”.

 

  1. Fabrizio De Andrè, “La canzone del padre”, Storia di un impiegato, 1973

 

[Foto di Lucia Leoni]

 

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