L’avventura che porta oltre

Michela Serena Abati, Iacopo Portaccio, p Diego Mattei sj

Incaricati e Assistente ecclesiastico nazionali alla Branca E/G 

È notte fonda, il fuoco fatica a restare acceso. I Falchi, stanchi dopo ore di cammino, soffiano piano sulle braci, con le mani sporche e gli occhi pieni di sonno. Il rifugio lì accanto ha ceduto al vento e un paio di sacchi a pelo sono ormai bagnati. Sembra tutto un disastro, eppure nessuno vuole arrendersi. È in questo momento, tra risate nervose e piccole scaramucce, tra la frustrazione e la tenacia, che l’avventura compie il suo lavoro silenzioso: fa crescere ciascuno di loro.

Che cosa accade a ragazzi e ragazze quando li accompagniamo “oltre”? Quando proponiamo loro l’avventura che li spinge oltre i loro limiti? Accade che la paura diventa scoperta, la fatica diventa forza, lo smarrimento si rivela soglia di un incontro nuovo con se stessi e con gli altri. L’avventura non è una parentesi per scappare dal mondo, ma il sentiero che porta oltre se stessi, verso l’ignoto e da lì verso l’essenziale. È lo spazio in cui ciascuno si trova davanti a ciò che è davvero.

L’avventura è la sostanza delle esperienze proposte agli esploratori e alle guide, non la semplice cornice entro cui queste si consumano. Hike, missioni, imprese, campi sono occasioni per rompere il guscio dell’abitudine e lasciare spazio all’imprevisto, alla sorpresa, al non calcolato. accompagnando i ragazzi e le ragazze ad abitare il limite, la novità, l’incertezza.

Ogni avventura si radica in un luogo: tra i sentieri dei boschi, in un borgo abbandonato, nella periferia dimenticata di una città. Luoghi che diventano specchi e ponti: rivelano parti inedite di sé e aprono all’incontro con l’altro. La squadriglia ne è il primo laboratorio: si impara a camminare con chi non si è scelto, a sopportare e a lasciarsi sorprendere dalla diversità del compagno difficile, dalle competenze del vice, dalla capacità del più piccolo di tenere alto il morale dinanzi alle difficoltà. Una missione diventa occasione per lasciarsi stupire dal volto segnato di un anziano che apre la sua porta o dalla generosità di una giovane famiglia che, nella modestia di una piccola casa, decide di spezzare il pane e condividerlo. L’avventura insegna che l’altro non è un ostacolo, ma la parte mancante di noi. Diventa occasione per imparare a offrire se stessi ai compagni e a chi si incontra lungo il cammino, gustando così le parole del Signore «Date voi stessi loro da mangiare» e lasciandosi meravigliare che ciò che siamo e possediamo, se condiviso, può creare imprevisti spazi di comunione.

L’avventura rivelata da fatica e imprevisto è maestra severa ma generosa. La tenda che spezza, il fuoco che non prende, la pioggia che costringe a ripararsi sotto una tettoia: esperienze che i ragazzi vivono come ostacoli, ma che nel tepore di un fraterno consiglio della Legge possono diventare passaggi decisivi di crescita. È lì che la comunità si stringe, che la speranza diventa concreta, che la fiducia reciproca prende corpo. Per i capi è il tempo di resistere alla tentazione di “aggiustare tutto”, di lasciare che non sia l’orologio a dettare i tempi. L’avventura, perché accada, chiede di riporre gli schemi nel cassetto e di vivere con il suo stile. Lo stile che l’avventura domanda è quello dell’essenzialità e dell’attesa, della pazienza che lascia spazio all’imprevisto e della fiducia che si affida al cammino comune: uno stile sobrio e libero, capace di leggere nei limiti una possibilità, di custodire il silenzio e di gustare la bellezza nascosta nelle piccole cose. Uno stile che educa ad andare oltre l’ansia del risultato immediato, per scoprire che il dono più grande non è “arrivare”, ma lasciarsi trasformare dal viaggio. Per i capi e le capo è un atto di fiducia: nel metodo, nella capacità degli esploratori e delle guide, e soprattutto nel Signore che accompagna il cammino anche quando il sentiero si perde. Si perde in quella natura che non è sfondo, ma compagna silenziosa. È la voce del fiume, il fruscio leggero del bosco, la distesa del cielo stellato che restituisce all’uomo la sua giusta misura. L’avventura in natura educa senza clamore, ricorda che non siamo padroni ma parte di un tutto più grande: creature nel creato, chiamati a custodire e a custodirci.

Educare all’avventura è educare al coraggio di uscire da sé, di fidarsi dei margini, di abitare la soglia tra certezza e ignoto come luogo di libertà e di scoperta. Non è un accessorio, è una necessità educativa e spirituale. E la domanda torna a noi: abbiamo il coraggio di proporre esperienze non dominate da schemi e paure, ma che spingano fuori da sé? Siamo pronti a lasciarci condurre anche noi in quell’avventura che ci restituisce all’essenzialità delle relazioni, alla gioia semplice del condividere, alla libertà di chi si fida e si affida?

[Foto di Nicola Corrado]

 

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