Chiamati a un cambio di sguardo

di Francesca Ricupati

Chissà quante volte ci è capitato di “andare a fare servizio” in qualche altra realtà. Cosa ci ha guidati e come ci siamo posti nell’incontro? Un invito a guardarci da fuori e a interrogarci nel profondo sul senso del nostro servire.  

Cosa accadrebbe se, d’un tratto, i nostri occhi non ci permettessero più di percepire il mondo, gli altri, noi stessi? Rileggo le ultime pagine di Cecità e le parole di Saramago rimbombano nella mia testa: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”¹.

Dubbi e domande si affastellano. Chi e cosa vediamo davvero? Su chi e in quale direzione scegliamo di puntare gli occhi – insieme alle nostre Co.Ca.? Qual è il nostro sguardo nel servire e fino a dove osiamo spingerlo senza perdere il coraggio o la forza di far fruttare i nostri talenti con lo scautismo?

Gli occhi sono organi preziosi, piccoli ma incredibili trasformatori di luce, in grado di orientare il nostro muoverci nello spazio e i nostri progetti nel tempo; al limite tra interno ed esterno, creano ponti impercettibili, offrendoci la possibilità di proiettarci su ciò che vogliamo conoscere, costruire, su ciò che ci sta più a cuore, ci interessa o ci preoccupa.

Lo sguardo che abbiamo sul mondo dice molto di chi siamo, come donne e uomini e come capo e capi. Pensiamo ai luoghi in cui facciamo attività, agli spazi del territorio nei quali scegliamo di muoverci, alle persone che decidiamo di incontrare. Siamo gruppi chiusi, ripiegati su noi stessi, con gli occhi fissi al centro? Ci apriamo occasionalmente, spostando la nostra attenzione alla periferia solo per un evento isolato o un servizio sporadico, alla ricerca di un’esperienza significativa ed emozionante per i nostri ragazzi? Ci avviciniamo al margine per dimostrare che ci siamo e portare un contributo?

Proviamo per qualche istante a ribaltare la prospettiva, a guardarci da fuori, osservandoci con gli occhi di chi è nato e cresciuto in quello che noi chiamiamo “margine”.

Chi sono questi tipi strani – in calzoni corti, camicia azzurra, fazzoletto al collo – che vengono urlando, cantando e danzando dalle nostre parti? 

Non sapete nulla di noi, del nostro modo d’essere, di vivere, di comunicare. Volete fare qualcosa di utile, aiutare, mostrare, parlare, portare entusiasmo e gioia istantanei con i vostri modi, ma come pensate di comprendere difficoltà e dinamiche che non avete vissuto? 

Sbirciate nelle nostre vite, di tanto in tanto, senza restare né tornare. Facce sempre diverse, cordiali; vi aspettate fiducia, poi andate via lasciandoci con l’amara sensazione d’esserci “prostituiti”, per qualche ora o una giornata. 

Non è un po’ anacronistico questo vostro fare “colonialistico” del “vado, porto e accolgo – generosamente – la diversità”?

Torniamo in noi e proviamo a riconsiderare il nostro movimento: forse è necessario trasformare questo “andare verso” in un duplice “incontrare – stare accanto”.

L’esperienza condivisa dalle Piccole Sorelle di Gesù ci ha davvero aperto gli occhi su quanto sia prioritario, se desideriamo essere “servitori di frontiera”, imparare la lingua e il linguaggio degli “ultimi”, vivere al margine con loro, immergersi nelle consuetudini, mettersi in ascolto e in relazione. Iniziare a cambiare il nostro sguardo è il primo passo per superare il rischio di essere percepiti come “corpo estraneo”, rischio che troppo spesso ci blocca tra il senso di inadeguatezza e il timore di non avere gli strumenti o le energie necessarie a vivere con chi è emarginato. Gestire la complessità e il dolore con cui verremmo a contatto se vivessimo realmente un servizio del genere ci spaventa, perché nella fragilità dell’altro si riflette la nostra, nella sofferenza degli emarginati sentiamo bruciare i nostri limiti, nel bisogno degli “ultimi” sperimentiamo il senso d’impotenza che ci paralizza. E allora una forza centripeta ci spinge a ripiegare sulla frenesia delle attività, sul programma annuale, nelle sedi o nei boschi. 

Dubbi e domande continuano a scavare e, mentre ripenso al mio Gruppo, al servizio, allo sguardo, al movimento, altre parole rimbombano.

Stiamo giocando il meraviglioso gioco dello scautismo. Ma non siamo forse chiamati anche ad altro? E se stessimo eludendo un impegno più grande? E se una nube fosse calata sui nostri occhi, rendendoci ciechi e sordi alle realtà che si mostrano violentemente e insistentemente ci interpellano e ci chiamano ad agire?

 

  1.  José Saramago, Cecità, Milano, Feltrinelli, 2022.

 

[Foto di Francesca Santeusanio]
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