Abbiamo incontrato suor Melania e suor Claudia della Fraternità delle Piccole Sorelle di Gesù, congregazione fondata seguendo l’intuizione di Charles De Foucauld. Ci hanno raccontato la loro esperienza di frontiera sociale, umana, spirituale.
Le cicale non smettono di frinire in questo torrido pomeriggio estivo. Roma appare stranamente calma sotto i viali alberati di periferia che ci conducono, a piedi, all’abbazia delle Tre Fontane, che di fronte a noi si staglia monumentale e ieratica.
Lasciandoci alle spalle l’abbazia saliamo verso un gruppo di edifici semplici e discreti, dove sorella Claudia e sorella Melania ci stanno aspettando e ci accolgono sorridenti. Il loro sorriso e la loro serenità mi rapiscono velocemente e mi lascio trasportare dal loro invito ad accomodarci. Mentre raccontano chi sono, da dove vengono, cosa fanno e come vivono nella loro comunità, mi faccio sempre più piccola di fronte alla grandezza dei loro pensieri e delle loro parole.
Fanno parte della Fraternità delle Piccole Sorelle di Gesù, congregazione fondata da Magdeleine Hutin nel 1939 seguendo l’intuizione di Charles De Foucauld. Una vita semplice, di lavoro, di preghiera e di frontiera. Raccontano la loro esperienza di frontiera geografica, sociale, culturale, ricordando in particolare alcune donne obbligate a prostituirsi nel quartiere di San Salvario a Torino, della frontiera del pregiudizio, della diffidenza. Raccontano delle frontiere di terre lontane, dove nessuno ha mai fatto esperienza di Dio. Raccontano di uno sguardo ribaltato: non sono io che porto aiuto, ma sono colei che si lascia accogliere, che sta, che rimane, che impara la lingua, che condivide un pezzo di esistenza. Si tratta di essere «contemplative nel mondo», sottolineano. Si tratta di mettere al centro solo e sempre la persona, prima delle regole, prima delle strutture, prima delle norme. Mi colpisce una loro affermazione: «Cominci ad amare una persona quando questa persona ti delude». È un’idea di Amore che va contro quella che è la logica del mondo, che ribalta il senso comune del “do ut des” che, spesso, gestisce e organizza i nostri rapporti. È un’idea di Amore che non cerca soddisfazione nell’altro ma che accetta dell’altro la parte più fragile e vulnerabile, e desidera abbracciarla, accoglierla senza giudizio.
C’è tenerezza nelle loro parole, ma anche rigore morale, tenacia e perseveranza; c’è la certezza che la strada sia quella dell’andare in “direzione ostinata e contraria” alla logica del mondo per essere espressione dell’autenticità del Vangelo.
Mentre le due sorelle parlano mi colpiscono i loro abiti. Così ricche le loro parole, così semplice il modo in cui sono vestite. Simili ma non uguali, le unisce la croce di legno al collo e il tessuto di jeans dei loro abiti.
Osservo e continuo ad ascoltare. «La Fede è abitare la domanda e far sì che scavi in noi. Ma voi chi dite che io sia non vi scava dentro? Per me Gesù rimane il mistero senza fondo, la mia frontiera», sostiene convinta Claudia.
«Mio Dio, se ci sei, fa’ che io ti incontri», questa è la nostra preghiera, aggiungono. Mi torna in mente una canzone che avevamo l’abitudine di cantare a messa, tanti anni fa, quando ero guida: “Dio del cielo se mi vorrai amare scendi dalle stelle e vienimi a cercare”¹. Mi piaceva tantissimo e adoravo cantarla; solo più tardi ho scoperto che cantavo De André. Un giorno il parroco disse che non avremmo più dovuto inserirla tra i canti della messa perché quel se metteva in dubbio l’esistenza di Dio. Ora ascolto, invece, la preghiera di queste donne «Mio Dio, se ci sei, fa’ che io ti incontri» e rinnovo a me stessa la bellezza di questo se, del dubbio che mi sprona a nuove domande, della ricerca infinita di Dio, il mistero senza fondo.
Dopo qualche riflessione condivisa ci dirigiamo verso la cappella. Mi tolgo le scarpe ed entro in chiesa. Ciò che mi colpisce è lo spazio vuoto: non ci sono file di banchi, se non poche sedute in fondo alla chiesa. Questo enorme vuoto mi separa dall’altare semplice, sobrio e rigoroso nelle sue forme geometriche. C’è un crocifisso in alto, il tabernacolo, un bambino in terracotta nella mangiatoia e un vaso con dei grandi girasoli. La chiesa è interamente in legno, le capriate che sorreggono il tetto a spiovente trasmettono solidità. Non ci sono decorazioni. Il vuoto è interrotto dalla presenza di due sorelle che, sedute a terra, pregano. Sono ferme, immobili, il loro sguardo è fisso verso il tabernacolo. Rimango lì per un po’, le osservo. Mi stupisce la loro concentrazione, stanno dritte, fisse, fiere, mai ripiegate su loro stesse. Provo anche io a concentrarmi sulla preghiera, ma mi distraggo e non riesco a stare ferma. Avrei voluto rimanere ancora per molto. «Mio Dio, se ci sei, fa’ che io ti incontri».
[Foto di Federica Palma]
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