Varcare o restare?

di Ruggero Mariani

Qual è il confine tra andare oltre e restare fedeli a sé stessi? La frontiera non è solo un limite: può diventare soglia, custodia, occasione di discernimento. Educare oggi significa aiutare i ragazzi e le ragazze a crescere senza smarrirsi e a radicarsi senza fermarsi.

C’è un punto in cui il nostro sguardo, fissato verso l’orizzonte, si arresta. Non perché la strada finisca, ma perché il passo esita.

È lì che si manifesta la frontiera di noi stessi: quella sottile linea che separa il già noto dal possibile, il conforto della consuetudine dal rischio del nuovo.

Alcune frontiere vanno certamente superate: per san Francesco, riuscire a vincere sul proprio ego è la vera «perfetta letizia».

Ma la frontiera non è sempre un muro. Può essere un crinale che invita a salire, un fiume che chiede di essere guadato, una soglia di luce che non sappiamo se varcare. Dunque, alcune frontiere ci chiamano ad andare oltre; altre ci chiedono di restare. Non tutte sono fatte per essere valicate. Alcune custodiscono tesori fragili: la nostra identità più autentica, le radici della nostra indole, quelle parti di noi che, se violate, si scioglierebbero come neve al sole.

Eppure, il richiamo dell’“oltre” è reale e potente. Ulisse, narrato da Omero, incarna questa tensione: naviga fino ai confini del mondo conosciuto, spinto dalla sete di sapere e di vivere. Ma Itaca resta il suo polo e cardine interiore, la terra da non abbandonare in spirito, anche quando il corpo si avventura lontano. Kierkegaard direbbe che ogni passaggio di frontiera richiede un “salto”, e che questo salto ha senso solo se nasce da una vocazione profonda, non da un capriccio. Rilke, nelle Lettere a un giovane poeta, invita a “vivere le domande” finché non diventano parte di noi, e a non temere l’ignoto che ci chiama.

Essere frontiera di sé significa vivere nel punto di tensione tra ciò che già siamo e ciò che possiamo diventare. Vuol dire avere il coraggio di ascoltare il vento che gonfia le nostre vele verso mari inesplorati, ma anche la saggezza di proteggere il porto interiore, la nostra bussola morale.

Non c’è infatti vera avventura senza rispetto e custodia di sé. B.-P. invitava a “essere pronti”, e questo implica discernere quali limiti sono muri da abbattere e quali sono porte da aprire, ma solo al momento giusto.

Educare alla frontiera significa insegnare ai ragazzi a riconoscere la mappa geografica del proprio animo: a distinguere le zone da esplorare da quelle da custodire, a capire che libertà non è assenza di confini ma capacità di muoversi consapevolmente tra loro. In ogni vera esplorazione ciò che conta non è solo arrivare “più lontano”, ma tornare con lo zaino pieno di significato.

Educare alla frontiera significa insegnare il ritmo dell’andare e del tornare: uscire per esplorare, rientrare per custodire; varcare per crescere, restare per radicarsi. Significa aiutare i ragazzi a non diventare nomadi smarriti o senza meta, ma sentinelle vigili della propria interiorità, capaci di difendere ciò che conta e di avventurarsi là dove la loro chiamata più profonda (vocazione) li spinge.

Ma c’è un pericolo sottile: se io stesso divento una frontiera chiusa — per paura, abitudine o stanchezza — rischio di impedire, anche senza volerlo, che i ragazzi che il Signore mi affida vedano un varco dove io vedo un muro. A volte trasformiamo la nostra esperienza in un recinto troppo stretto, quando giudichiamo in base al nostro vissuto o alle nostre capacità, quando misuriamo i sogni altrui con il metro dei nostri limiti, o quando, credendo di proteggere, trattiamo l’ignoto come minaccia invece che come occasione di crescita.

La mia frontiera personale non deve mai diventare un confine invalicabile per gli altri. Se in me il viaggio si arresta, il rischio è smettere di aprire strade e limitarmi a custodire sentieri già battuti. Ma il compito dello scautismo non è conservare le impronte di un cammino passato, ma trasmettere la capacità di tracciarne di nuovi.

E questo accade in tante piccole esperienze: quando accompagno un lupetto che teme di parlare davanti al branco e scopro che, lasciandogli tempo e fiducia, trova la sua voce; quando vedo un esploratore fermarsi davanti a un guado e capisco che non è codardia, ma ascolto di sé; quando una scolta decide di prendersi cura degli ultimi, incarnando la parola “servire” nella vita. E la frontiera non è più un ostacolo, ma un luogo di crescita condivisa.

Su questa riflessione, mi torna alla mente un proverbio attribuito alla tradizione cinese: «Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento». E se non ce la facciamo a costruire il nostro mulino, cerchiamo di aiutare i ragazzi a costruire i propri:

– Se non posso andare io, posso almeno non ostacolare chi può.

– Se non riesco a superare un mio limite, posso aiutare un ragazzo a superare il suo.

– Se il mio passo è lento, posso comunque aprire il sentiero a chi verrà dopo.

Perché la vera avventura — quella che dura tutta la vita — non è superare ogni confine, ma imparare a riconoscerli, rispettarli e, quando sarà tempo, ad attraversarli insieme. 

 

Frontiera 

Custodisco un confine

come si veglia il fuoco nella notte:

né troppo vicino per bruciarmi,

né troppo lontano per lasciarlo morire. 

Un passo oltre,

e l’orizzonte si spalanca come vela al vento.

Un passo indietro,

e ritrovo la terra che mi sostiene. 

Vivere è camminare

con il coraggio dell’andare

e la sapienza del restare. 

Perché la vera frontiera

non è dove finisce il mondo,

ma dove comincio io.

 

 

[Foto di Stefano Nova]

 

 

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2 Commenti a "Varcare o restare?"

  • comment-avatar
    Sara 11 Gennaio 2026 (12:50)

    Articolo molto bello ricco di spunti. Mi è piaciuto moltissimo il testo Frontiera. Molto attuale la considerazione sul pericolo sottile.
    Grazie

    • comment-avatar
      propostaeducativa 14 Settembre 2026 (21:47)

      Grazie, ne siamo contenti!

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