Qual è il significato autentico di “Ask the boy”? In un mondo dominato dall’immediatezza, il principio educativo di B.-P. invita noi capi e capo all’ascolto profondo dei ragazzi. Riscoprire il valore della domanda come spazio di crescita e di relazione; chiedere, senza la fretta delle risposte.
Ask the boy – una domanda da un milione di risposte
Ask the boy – una domanda da un milione di luoghi
Ask the boy – una domanda da un milione di nomi
Ask the boy – una domanda da un milione di doni
Nell’eterna incertezza in cui a volte affogano i pensieri di ogni capo che si trova a dover orientare le attività con le ragazze e i ragazzi della branca di cui fa parte, c’è un “salvagente”: si chiama Ask the boy.
Un inglesismo introdotto da B.-P., forse l’unico che storicamente l’AGESCI non ha mai sentito la necessità di tradurre, che ha accompagnato e continua ad accompagnare generazioni di capi.
Il principio è semplice e diretto: chiedere, domandare, interrogare il ragazzo per scoprire ciò che lo interessa di più . Perché se il successo della proposta educativa dipende anche dalla capacità dell’educatore di saper rispondere alle esigenze dei ragazzi, quale miglior modo di identificare i loro bisogni se non mettersi davvero in ascolto di quello che i ragazzi raccontano, non solo a parole?
Come tutti gli strumenti, anche l’Ask the boy ha bisogno di un ingrediente fondamentale per la sua buona riuscita: l’analisi dell’ambiente in cui si sviluppa la relazione educativa. Nel nostro caso, in un modo o nell’altro, la società ci fa sempre più domande e vuole che le risposte arrivino sempre più velocemente.
Pensiamo solo al meccanismo delle spunte blu introdotto da whatsapp come i diversi “visualizzato” presenti nelle chat di ogni app, è chiaro come soprattutto i servizi che utilizziamo quotidianamente ci richiedano sempre più di esser parte di un sistema in cui le aspettative immediate non danno spazio ai tempi di riflessione, in cui l’attesa non è ricerca e crescita, ma perdita di tempo.
Per cui viene da chiederci: cosa hanno le domande di un educatore scout di diverso da tutto il resto? Probabilmente scambiando “le domande” con qualsiasi altro soggetto, la risposta sarebbe sempre la stessa: lo stile.
A tal proposito, un passaggio sull’Ask the boy della relazione del Comitato del trentesimo Consiglio Generale del 2004 recita: “Chiediamolo come è nel nostro stile: senza la demagogia e la confusione delle parole, senza confondere i ruoli abdicando alla responsabilità dell’educatore”. Nel ribadire uno stile che riprende le parole di B.-P. ma che somiglia molto anche a quello di Gesù quando, interrogando i suoi discepoli, non rinunciava mai a ricercare uno slancio di crescita nelle domande che poneva.
Per citarne una su tutte: “Voi chi dite che io sia?” (Mt 16,15-16). Una domanda che da millenni continua a interrogarci nel profondo, trovando risposte nuove in ognuno di noi, stimolando altri quesiti e di conseguenza nuovi spunti di crescita.
Da questo parallelismo nasce quindi una riflessione personale su quanto il famoso Ask the boy, oggi più che mai, diventi davvero occasione di domanda, di stare nella domanda e di scavare nel profondo, e quanto invece noi capi ci aspettiamo una risposta pronta.
Spesso all’interno di alcune attività si cerca il silenzio che favorisca l’ascolto interiore, ma quando arriva davvero e ci si mette a nudo, invece di abitare quella profondità che ha il profumo di vocazione, ci si affretta a riempirla con altro.
Invece, quello che ci viene richiesto come capi è fermarci sulle domande che la vita pone loro e che noi poniamo loro, senza la fretta di rispondere o avere risposte, ma guardando alle domande come un dono e uno strumento di crescita.
L’Ask the boy prevede quindi il nostro coinvolgimento nel lasciarci interrogare da quello che chiediamo ai ragazzi e le ragazze a noi affidati, condividendo con loro un cammino interiore, in cui possiamo essere strumento di sostegno: un luogo vicino, in cui potersi esplorare e imparare, passo dopo passo, a sentirsi in pace con sé stessi.
[Foto di Lucia Leoni]
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