Con Papa Francesco e con il percorso sinodale vissuto a vari livelli negli ultimi anni, la parola “partecipazione” è tornata a essere utilizzata con frequenza nel linguaggio ecclesiale. Ma è davvero una novità così recente nell’esperienza della vita cristiana?
Vorrei proporre un semplice percorso sul termine “partecipare” per comprenderne il valore spirituale: l’esperienza di Gesù con i discepoli; della chiesa apostolica nella sua prima missione e del Concilio Vaticano II nel suo impegno per la riforma della liturgia.
La partecipazione al ministero di Gesù
Per quello che conosciamo dai racconti evangelici, i discepoli di Gesù vivono un discepolato anomalo perché Gesù sceglie di renderli partecipi del suo ministero, mandandoli a insegnare e dando loro il potere di guarire (Cfr. Mc 6-13; Mt 10,1.9-14; Lc 9,1-6): loro, che in quanto discepoli erano persone in formazione, vengono inviati a insegnare ad altri. Tale esperienza si rivelerà entusiasmante; essere partecipi del potere di liberare dal male fa loro toccare con mano la forza del Regno di Dio e la possibilità che viene loro concessa di diventarne protagonisti. È la stessa esperienza che vivrà san Paolo nel suo ministero, arrivando a scrivere ai Corinzi: “Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io” (1Cor 9,23). Attraverso la partecipazione al ministero evangelico se ne vive un’esperienza particolare.
Partecipare ai frutti della Pasqua
All’inizio dell’esperienza ecclesiale, proprio nel giorno di Pentecoste, Pietro, a nome degli altri discepoli, propone ai cittadini di Gerusalemme una lunga riflessione su Gesù e sulla sua risurrezione. Racconta il testo che, all’udire quelle parole, la gente si sentì trafiggere il cuore (come i discepoli di Emmaus lungo il cammino mentre Gesù spiegava loro le Scritture) “e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. E Pietro disse loro: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2,37-38).
Chi ascolta la buona notizia su Gesù e la sua vittoria sulla morte, desidera diventarne partecipe; non si accontenta di essere informato, ma vuole che tale esperienza si attui anche nella sua vita. Pietro indica la via del Battesimo. Noi possiamo affermare che, attraverso i sacramenti, il Signore ci rende partecipi della Pasqua di morte e risurrezione e agisce nella nostra vita perché sia continuamente trasformata.
La partecipazione attiva alla liturgia
Il Concilio, fin dai suoi primi passi, ha voluto mettere in evidenza che, per vivere un’autentica esperienza liturgica, è necessaria la partecipazione attiva dei fedeli alla celebrazione (Sacrosanctum concilium 14). Per questo la liturgia è stata tradotta nelle lingue nazionali; ma questo non è sufficiente senza la consapevolezza di cosa accade nella liturgia.
La nostra partecipazione alla celebrazione coinvolge due aspetti: nella celebrazione diventiamo partecipi di ciò che Gesù ha vissuto nella sua Pasqua di morte e risurrezione, ricevendo il dono che lui fa di sé stesso a noi; la vita del risorto vive in noi e trasforma la nostra vita. Nella liturgia noi siamo anche chiamati a partecipare offrendo insieme a Gesù “la nostra vita” (ciò che viviamo) per condividere con lui il desiderio che tutta l’umanità divenga partecipe di questo dono di vita nuova. Quella “vita” che offriamo insieme al Signore diventerà, per coloro che la condividono con noi, un segno di vita nuova, un dono che trasforma altre vite.
Gesù, attraverso i sacramenti e il dono dello Spirito, ci rende partecipi della sua vita divina perché noi, condividendo la nostra vita con altre persone, li rendiamo partecipi del dono che per primi abbiamo ricevuto. Come per Gesù, anche per noi, la partecipazione è sinonimo di condivisione di ciò che abbiamo di più prezioso affinché la vita sia comunicata in abbondanza.
[Foto di Andrea Pellegrini]
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