“Libertà è partecipazione” cantava Gaber in una sua celebre canzone. Nel contesto storico in cui molti si appellavano alla libertà d’espressione per giustificare la crescente violenza nelle piazze, il cantautore sottolineava con questi versi che la libertà non è fare ciò che si vuole (“non è stare sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone”), la libertà è prendere parte. Per Gaber partecipare è esserci, fisicamente e ideologicamente. È stare nella vita che ci viene data con una postura attiva. Penso che se gli avessi chiesto “Cosa vuol dire per te partecipare?” avrebbe replicato senza tante esitazioni. Eppure se vi ponessi la stessa domanda, con buona probabilità riceverei tante risposte diverse. Questo perché partecipare è un verbo denso di significati e noi scout lo sappiamo bene. Sin da quando abbiamo pronunciato la nostra Promessa, o forse ancor prima, abbiamo fatto esperienza di stare nelle cose, di sentirci parte e di essere parte di un progetto più grande. Nella sua apparente semplicità, partecipare è un verbo che racchiude un universo di sfumature che riguardano il modo in cui scegliamo di stare nel mondo.
David Sassoli, scout ed ex presidente del Parlamento europeo, parlava spesso nei suoi discorsi dell’importanza per i cittadini di sentirsi parte della vita politica. Vedeva la partecipazione come elemento garante della democrazia e non contemplava l’astensionismo come opportunità di scelta. Mi piace pensare che recitasse ancora quella Promessa di tanto in tanto durante la stesura dei suoi discorsi.
C’è poi una dimensione più profonda, quella emotiva. Partecipare significa lasciarsi toccare da ciò che accade intorno a noi. È condividere una gioia, una preoccupazione, una speranza. Non c’è partecipazione se non c’è un noi. Quando i nostri ragazzi e ragazze sono alle prese con la realizzazione di un’impresa possiamo limitarci a guardare oppure possiamo sentire che ciò che accade un po’ ci riguarda. Il nostro servizio ci orienta verso la seconda opzione, ci invita a stare dalla parte dei sostenitori di quel progetto, ci chiama a fare il tifo. È importante che i ragazzi sentano la nostra partecipazione emotiva, non solo perché diventa un ponte tra noi e loro, ma anche perché questa esperienza li porterà a ricercare nella quotidianità lo stesso coinvolgimento. Avete presente quella sensazione in barca quando sentiamo il vento sulle guance e ne intuiamo la direzione? Quella brezza per i più esperti velisti è come un richiamo a regolare le vele per prendere il vento in poppa. È indubbiamente il nostro esploratore a tenere il timone, è lui che sceglie dove andare, noi siamo chiamati a essere il vento che aiuta a gonfiare le vele.
Partecipare è anche la consapevolezza di essere una parte del tutto, sapere che di un insieme noi siamo solo uno spicchio. Personalmente questa consapevolezza un po’ mi alleggerisce. Sapere di essere responsabile di una parte dell’educazione dei ragazzi mi rincuora, non perché mi deresponsabilizza ma perché credo che sia arricchente ricevere una proposta più ampia rispetto a un singolo metodo educativo. Ecco perché siamo chiamati a partecipare con la famiglia, con la scuola, con le altre realtà parrocchiali e territoriali. I nostri ragazzi meritano di più e partecipare senza saturare lascia la libertà di riempire lo spazio che resta con quello che desidero.
Partecipare è dunque il desiderio che ci spinge a riconoscerci parte di un progetto più grande, è scegliere di non essere spettatori della propria vita e di ciò che ci circonda, è stare nella giornata che ci viene donata trovando un buon motivo per innamorarsi di lei. Partecipare è tutto questo e ancora altro, le sue sfumature ne fanno un’esperienza complessa e preziosa: non ci resta che prenderne parte.
[Foto di Lucia Leoni]
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