Fiorire in inverno

di Gianrico Di Fonzo

La storia del monastero di San Magno si intreccia metaforicamente con un personale cammino di crescita spirituale: tra memoria e presente, emerge il racconto di una comunità che accoglie, cura e genera speranza.

Ci sono luoghi che vivono più di una vita e con loro tutte le persone che decidono di occuparsene: il monastero di San Magno a Fondi è sicuramente uno di questi. La prima volta in cui ci sono stato era il gennaio 2010 e più di tutte ricordo una cosa: ero arrabbiato.

Sedici anni fa ero un rover e quel giorno non volevo essere in uscita, volevo essere con i miei amici a fare festa: tutti i giovani del paese erano a fare festa, mentre io stavo andando in uscita perché avevo scelto di dare retta ai miei genitori e al capo clan.

Da quel giorno ci sono tornato una sola volta, era la veglia di Pasqua di cinque anni fa per la conclusione del triduo con il noviziato. Feci fatica a credere ai miei occhi quando vidi la chiesa stracolma di gente – una piccola chiesa di provincia, nella periferia di una città che fa fatica ad accogliere i fedeli – tanto che dovetti seguire la celebrazione dall’esterno.

Oggi posso affermare di aver conservato un bel ricordo di quell’uscita, e me ne sono accorto ascoltando le parole di don Francesco Fiorillo durante il nostro incontro di redazione: “Quando hai un dolore tra le mani hai due possibilità: o ti fai travolgere da quel dolore e ci muori dentro, e vivi quell’inverno che ti è accaduto senza trasformarlo in primavera, oppure pensi di doverci fare qualcosa con quel dolore, o di provare a farlo. Se non scegli tu la vita sceglie per te e quando lo fa, lo fa a modo suo: a volte arriva come un pugno allo stomaco, a volte come una carezza”.

Queste parole si riferiscono a una sua esperienza personale che ha poi portato alla nascita del gruppo Nain – uno spazio creato per i genitori che hanno perso i figli – non a caso il nome riprende il luogo dove Gesù rianima la figlia della vedova: il luogo dell’impossibile.

Quell’uscita con il clan per me fu come una carezza e a distanza di tempo tornare a San Magno mi fa credere ancora di più nelle sue parole, perché trovare questo spazio completamente trasformato in una realtà viva e partecipata da tutto il territorio mi riempie di gioia e di speranza.

Infatti, quando nel 2008 don Francesco si trasferì in quella che oggi è la Fraternità di San Magno, aveva davanti poco più di un rudere, senza acqua né corrente.

Oggi una delle poche cose rimasta uguale è il cancelletto laterale aperto e mai più chiuso, di fianco al quale – come ci racconta don Francesco – appare un’icona con scritto “Entra chiunque tu sia, anche se hai infranto i voti mille volte. Entra, ti aspettavamo. Non importa da dove vieni, quello che ti porti dentro. Vieni”. Ciò che troviamo è proprio questo: un “porto di terra” dove sentirsi accolti e coinvolti.

Fedele compagno di viaggio in questi sedici anni è stato il mandorlo, piantato da don Francesco al suo arrivo come simbolo di rinascita: il mandorlo è infatti il primo a fare i fiori in inverno e l’ultimo a fare i frutti.

Oggi nel piazzale ci sono anche altri mandorli e mi chiedo se siano tutti collegati dalle loro radici. Passeggiando infatti mi accorgo che uno solo è fiorito: mi piace pensare che gli altri lo sappiano e che anzi abbiano contribuito a quella fioritura. Cedere nutrimento agli altri, farli risplendere mi ricorda che a volte è necessario fare spazio affinché altri possano fiorire e non è un problema se riescono a farlo prima di noi.

Sembra di essere in un luogo ameno, fuori dal mondo, eppure il monastero è una realtà fortemente radicata nel mondo e nel territorio: basti pensare che a breve ci sarà un evento che coinvolgerà più di mille studenti provenienti dalle scuole del circondario per capire l’apertura che si respira tra queste mura. Tra le altre cose, questo spazio è stato il primo presidio di Libera per il sud pontino per sette anni.

Tutto questo avviene senza sentirsi del mondo, anche grazie alla scelta di molti volontari che ogni giorno si occupano di manutenere la struttura. Non solo, a guardarsi intorno appare chiaro come lo facciano nel senso più profondo di questa parola, che ha le sue radici proprio nel tenere per mano qualcosa che è caro: i compiti più che i ruoli che costituiscono un noi. Don Francesco ce lo dice chiaramente, la partecipazione passa per contagio, mai per imposizione.

Guardando le foto di repertorio mentre si ammira la bianca roccia che compone la facciata del monastero non si può non pensare che davvero la pietra scartata dai costruttori è diventata la pietra d’angolo.

In questo sabato di gennaio ci siamo solo noi, tranne qualche visitatore, eppure si percepisce la vita che ogni giorno passa di qui, quella sensazione che si prova non dove tutto è in ordine, bensì quando ogni cosa è al suo posto. Sedici anni fa ero arrabbiato. Non sapevo ancora che ero al posto giusto.

 

[Foto di Federica Palma]

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