Elena Marengo, Giuseppe Meli, don Giorgio Moriconi
Incaricati e Assistente ecclesiastico nazionali alla Branca R/S
Essere capi e capo scout è un’impresa complessa e straordinaria. Viviamo in una “società della performance” che impone ritmi quasi schizofrenici, dove sembra non esistano più punti di riferimento, certezze su cui scommettere e investire la propria vita. Eppure, proprio in questo tempo difficile, il nostro ruolo assume un valore ancora più grande: siamo chiamati a testimoniare con la nostra vita un modo diverso di essere adulti, un modo che sappia accogliere, accompagnare e servire i ragazzi con autenticità, in un mare di sfide educative, sociali e personali sempre più pressanti.
La lettura che ci viene riportata è che le nuove generazioni si trovano a fronteggiare un disagio diffuso, spesso silenzioso e invisibile. Ansia, depressione, senso di inadeguatezza e isolamento sono realtà che toccano molti dei nostri ragazzi, specialmente nella fascia tra i 16 e i 21 anni dei nostri R/S. Essere giovani oggi significa navigare tra aspettative altissime, una costante esposizione ai social media, pressioni scolastiche e lavorative e un mondo che cambia a una velocità vertiginosa che non prepara adeguatamente “all’età adulta”. La pandemia ha amplificato fragilità già esistenti, lasciando cicatrici profonde e aumentando il senso di smarrimento.
Da educatori non possiamo permetterci di restare indietro. Come cita una canzone scout “Non possiamo più assistere, impotenti ed attoniti, perché siam responsabili, della vita intorno a noi”. Dobbiamo impegnarci a leggere questi segnali, a comprenderli e ad accogliere i bisogni dei nostri ragazzi. Dobbiamo essere presenti, attenti, consapevoli dei segnali di disagio, capaci di ascoltare senza giudicare e di accogliere senza superficialità. Ma soprattutto, dobbiamo far sentire ai ragazzi che non sono soli. Il punto della strada è uno strumento potente, un mezzo concreto per affrontare il peso di ciò che ci circonda. Sappiamo che non riguarda solo il singolo, ma diventa un sostegno collettivo, un modo per sorreggersi a vicenda, aiutare i compagni in difficoltà e alleggerire il cammino condividendo il peso dello zaino. Per noi capi, è molto più di un semplice momento: è l’occasione per essere davvero accanto alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi, in modo attivo e partecipe, non come semplici spettatori, ma come guide pronte a camminare con loro, passo dopo passo.
Chi di noi non ha mai sentito il peso degli impegni? La difficoltà di conciliare il servizio scout con il lavoro, la famiglia, la vita personale? Quante volte abbiamo pensato di non farcela, di essere schiacciati da un sistema che ci chiede di essere ovunque, sempre, senza sosta. Essere capi scout in questo contesto significa anche trovare il giusto equilibrio tra il servizio e la propria vita personale. Il rischio del sovraccarico è reale e diffuso tra chi dedica con passione il proprio tempo agli altri. Eppure, se siamo qui, è perché crediamo nel valore di ciò che facciamo. Dobbiamo imparare a servire con equilibrio, a prenderci cura non solo dei ragazzi ma anche di noi stessi, a delegare, a fare rete, a condividere il peso delle responsabilità.
Allora cosa possiamo fare? Possiamo scegliere di testimoniare con la nostra vita che un altro modo di essere adulti è possibile. Possiamo impegnarci a rimanere accanto ai ragazzi anche quando il cammino è faticoso. Possiamo servire con gioia, senza dimenticare che il nostro primo dovere è educare con l’esempio, con la coerenza, con la capacità di ascoltare e accogliere. La chiave per continuare il nostro cammino senza esaurire le energie sta nel coltivare una nuova resilienza.
La RN24 ci ha lasciato un’importante eredità e anche una solida convinzione: non possiamo cambiare il mondo da soli, ma possiamo trasformare il nostro modo di stare accanto ai ragazzi!
Dobbiamo accettare la sfida di un’educazione che non si limiti a trasmettere valori, ma che li viva nel quotidiano, affrontando le difficoltà con coraggio e umiltà.
Forse il segreto sta proprio qui: nel camminare insieme. Accettare che la fatica fa parte del percorso, ma che non siamo soli. Che ogni incontro con un ragazzo in difficoltà è un’occasione per crescere, per metterci in discussione, per scoprire che essere educatori non significa avere tutte le risposte, ma saper stare accanto, con cuore e presenza autentica così come l’esperienza di Emmaus ci insegna.
La strada non è semplice, ma ne vale la pena. Perché alla fine, ciò che conta davvero non è il tempo che riusciamo a incastrare nelle nostre vite, ma l’impronta che lasciamo nel cuore di chi ci è affidato.
[Foto di Andrea Pellegrini]
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