Chi mi insegna a essere capo?

Michela Serena Abati, Iacopo Portaccio, p Diego Mattei sj

Incaricati e Assistente ecclesiastico nazionali alla Branca E/G

Che cosa vuol dire per te, essere capo? La prima cosa che mi viene in mente sono i momenti condivisi con i ragazzi e le ragazze con i quali ho camminato negli anni. Mi chiedo se sia proprio attraverso la relazione avuta con loro che si definisca il mio essere capo. Che l’efficacia della mia azione educativa non stia solo nel cosa e nel come lo faccio, ma soprattutto nelle relazioni autentiche e significative che riesco a generare.

Se rispetto alle esperienze da proporre, agli obiettivi educativi, agli strumenti, so individuare i miei bisogni e ricercare le occasioni di formazione più appropriate, come imparo a essere in relazione con loro? Chi me lo insegna? Forse la risposta sta dall’altro lato delle relazioni che ho intrecciato nella mia vita.

Immediatamente vedo chi tiene con forza l’altro capo del filo. Fin da bambino ho riconosciuto in Gesù colui che mi cammina accanto, insegnandomi che Dio Padre mi ama a tal punto da farsi vicino attraverso l’abbraccio di Suo figlio, fatto carne.

Scorgo tutti quegli adulti significativi che mi hanno accompagnato a definire chi sono oggi, coloro i quali hanno dato, con la propria vita, significato e mi hanno aiutato a trovare gli strumenti adatti per dare significato per la mia vita. Ho scelto io, di volta in volta, chi fosse per me “di esempio”, meritevole della mia fiducia e stima, perché mi faceva sentire accolto e ascoltato. Sono gli adulti che, attraverso l’esempio e la vicinanza, mi hanno orientato con solidità. Così oggi posso essere io accanto a esploratori e guide mentre sono impegnati a crescere affrontando le difficoltà, mentre sono impegnati nel difficile compito di costruire se stessi, imparando a essere grati e a gioire per la vita.

Guardo le mie mani. Sono ancora tanti i fili che stringo. Sono le relazioni intrecciate con chi mi ha aiutato e mi aiuta a essere un buon capo. Vedo i ragazzi e le ragazze che ho accompagnato per un tratto del loro sentiero. Li scorgo emozionati nell’atto di promettere sul proprio onore di fare del loro meglio, ma li vedo soprattutto fieri capi squadriglia sorreggere il guidone.

Vedo Piero, sopraffatto dalla fatica alla fine del primo giorno di campo, dopo aver finito di montare al buio la mensa, che non ne voleva sapere di stare su, sedersi accanto al novizio in lacrime per la stanchezza e la frustrazione di non aver saputo intagliare bene le scanalature per gli incastri, dargli una pacca sulle spalle, sorridere e rassicurarlo che l’indomani avrebbero costruito l’altalena che tanto avevano sognato per il loro angolo, e allora avrebbe dimostrato a tutti la sua abilità nelle legature quadre. È lì che io ho imparato che ci vogliono cura ed entusiasmo, anche quando sono stanco e mi sembra di non avere tempo e voglia.

Vedo le Albatros partire per la prima missione con Elisa, fiera di aprire la strada dinanzi alla sua squadriglia, e poi correre indietro a rassicurare le più piccole che non si sarebbero perse e che avrebbero costruito insieme un rifugio sicuro, perché da mesi si preparavano e tutte le specialità alle quali ognuna aveva lavorato sarebbero tornate utili. Quando poi le ho viste tornare, con la capo squadriglia ultima nella fila, per spronare le più stanche, ho imparato che per essere un buon capo bisogna sapersi mettere davanti, per vedere quello che i più piccoli e le più piccole ancora non vedono; accanto, per accompagnare, ridere, cantare; dietro, per sorreggere e spronare. Ho imparato che è fondamentale esserci con la giusta cura e percorrere insieme il sentiero.

È da ognuno di loro, ai quali ho affidato la responsabilità di un gruppo di più piccoli, che ho imparato che è la maggiore esperienza a rendermi capo; ma essere capo vuol dire saper cingermi del grembiule per dar loro quello che io ho ricevuto per primo da altri: “vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,15).

È da ognuno di loro che ho imparato, giorno dopo giorno, avventura dopo avventura, a considerare la mia vita un tesoro e a donarmi con amore.

 

[Foto di Andrea Pellegrini]
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