“Per me sei avventura”: al via il Convegno nazionale di Branca E/G

Ha preso il via, venerdì 25 settembre sul prato di Bracciano, dopo il tradizionale alzabandiera, il Convegno nazionale di Branca E/G, con l’obiettivo di rileggere il metodo di Branca alla luce della realtà e delle emergenze educative, per riappropriarsi della sua intenzionalità nell’educare l’affettività. Il Convegno è il punto di arrivo di un percorso avviato nei territori dal dicembre 2025 e ha coinvolto i diversi livelli associativi.

“In un tempo che sembra lasciare sempre più al caso l’incontro di ragazze e ragazzi con sé stessi e con l’altro, mentre l’educazione affettiva e relazionale fatica a trovare spazi strutturali e continuativi, sentiamo ancora più forte la responsabilità di non lasciare soli ragazze e ragazzi dentro questi incontri. 

L’incontro ha bisogno di essere educato: come un’avventura e con la tensione dell’avventura. Ha bisogno di tempo, di esperienze, di parole, di adulti capaci di accompagnare. Educare all’amore significa allora aiutare ragazze e ragazzi a costruire una progettualità dell’incontro: imparare a riconoscere sé stessi, ad accogliere l’altro nella sua alterità, a vivere il limite, la reciprocità, la cura e la responsabilità”: queste alcune delle parole con cui Michela Serena Abati, Iacopo Portaccio e p. Diego Mattei sj, Incaricati e Assistente nazionale di Branca E/G.

La Capo Guida, Giorgia Caleari, nel suo intervento di saluto ha sottolineato come l’avventura scout nasca dall’incontro con una strada che ancora non conosciamo, con noi stessi e con l’altro, con un volto che incontriamo e che ci interroga. Ha poi ricordato la storia che ha portato al Convegno: da molti anni, infatti, dalle Comunità capi emergono domande sull’identità e molti sono stati i percorsi dell’Associazione, nel desiderio di prendersi cura delle storie delle persone con ascolto e incontro. Nel ricordare una delle SNI (Strategie Nazionale di Intervento) “La via del noi”, ha sottolineato come le branche stiano lavorando sulla Progressione Personale, perché ogni età ha proprie domande, linguaggi e possibilità eppure il cammino educativo è unico. Infine l’augurio a non mettere le risposte prima delle domande e a gustare i tempi lenti dell’educazione e a chiedersi quale volto dell’amore mostriamo ai ragazzi e alle ragazze nel nostro modo di stare con loro.

“Coeducazione ed educazione all’amore: rileggere la storia per comprendere le sfide di oggi”: la tavola rotonda

La prima tavola rotonda dal titolo “Coeducazione ed educazione all’amore: rileggere la storia per comprendere le sfide di oggi”, ha visto gli interventi di Massimo Gavagnin, Incaricato nazionale al Centro studi, ricerche e documentazione, con Caterina Berto, e di Elisabetta Cimatti, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa clinica, formatrice sui temi della relazione d’aiuto, dell’educazione all’affettività e alla sessualità, della prevenzione degli abusi e dell’accompagnamento educativo, anche in collaborazione con numerosi enti, tra cui AGESCI e CEI.

Il loro contributo ha accompagnato una rilettura del percorso vissuto dalla Branca E/G nell’educazione alle relazioni, alla differenza e all’affettività.

Nel 1974, la fusione di ASCI e AGI è stata non solo un atto formale, ma anche una scommessa pedagogica che vedeva la coeducazione come strumento per superare gli stereotipi. Perché questa scelta fu così cruciale?

Massimo Gavagnin e Caterina Berto: Ogni parola nel Patto Associativo del 1975 aveva un suo peso, senza giri di parole, e la coeducazione era il vivere esperienze educative comuni ragazze e ragazzi, al di là di ogni ruolo artificiosamente costruito, non solo stare insieme. Dietro c’era un mondo di riflessioni, tensioni, rivendicazioni, esperienze, timori, speranze ma soprattutto uno sguardo lontano. Nel 1975 la coeducazione è ancora un obiettivo, il punto di partenza è la Comunità capi mista con adeguato equilibrio tra i sessi e con l’auspicio dell’introduzione delle unità miste a partire dalla branca R/S.

Elisabetta Cimatti: vi è in ciascuno un desiderio innato, quello di “mettersi in contatto con”, l’altro è lo specchio necessario per riconoscere la mia esistenza e il valore unico e irripetibile di essa. Nella vita ci accompagnano due domande essenziali: chi sono? Di chi sono? Ecco perché è stata così importante la scelta dell’Associazione di cogliere la sfida della coeducazione.

Avvicinarsi non solo fisicamente ma anche emotivamente all’altro non è scontato: la diversità turba. Ecco perché i contesti educativi che educano alla diversità sono vitali, essenziali e ancora molto attuali per allenarsi ad abitare la diversità come “turbamento generativo”.

Quando il cambiamento del corpo in adolescenza ha smesso di essere un tabù, ma il primo linguaggio per scoprire di essere “amati e amabili”?

Massimo Gavagnin e Caterina Berto: è difficile riassumere cinquant’anni di pensiero su corpo e sessualità. Alcune parole chiave: si parte dal 1974 con il pensiero che “l’educazione sessuale deve essere vista come educazione integrale della persona”. Nel 1980 la parola è persona: la persona è fatta per l’amore e per l’incontro autentico con l’altro. Il reparto educa attraverso esperienze concrete di relazione e collaborazione. Nel 1985 è coeducazione: una scelta educativa irrinunciabile che aiuta ragazzi e ragazze a crescere insieme nella differenza, costruendo la propria identità e imparando relazioni autentiche di reciprocità, rispetto e dono. Nel 1990, possesso: l’amore autentico non è possesso, ma incontro e rispetto della dignità inviolabile dell’altro. 1991, inscindibilità: la persona è un’unità inscindibile ed educare significa educare anche il corpo. 1994 La vera sfida educativa consiste nel valorizzare la differenza senza stereotipi, promuovendo sincerità, consapevolezza di sé, relazioni autentiche e maturazione affettiva. 2003 Educare all’amore, che significa educare alle relazioni, alla fiducia, al dono reciproco, alla responsabilità e alla progettualità della vita. 2007, l’identità si costruisce nella relazione, nella corporeità, nella differenza sessuale e nella responsabilità verso gli altri. La persona non è un individuo isolato ma una realtà relazionale. E infine 2024: Il corpo è il luogo stesso dell’esistenza umana, della fede, della relazione, della memoria e dell’amore. Non abbiamo un corpo: siamo un corpo.

Elisabetta Cimatti: Non possiamo mai parlare degli adolescenti senza tenere in considerazione il corpo, un corpo che cambia in età evolutiva, strumento di comunicazione, apprendimento e relazione, di espressione di identità. E dobbiamo considerare anche il contesto storico e culturale. Oggi le sperimentazioni e l’assunzione di rischi nel mondo fisico hanno ceduto il passo all’esplorazione nel mondo virtuale. Diventa molto più complicato decidere chi sono e cosa voglio. Questo è riferito anche al corpo e alle riflessioni su di esso. A maggior ragione oggi è vitale vivere esperienze capaci di restituire al corpo il suo significato e soprattutto il suo valore.

Quali sono i luoghi sicuri per scoprirsi e identificarsi senza perdere l’occasione della reciprocità?

Massimo Gavagnin e Caterina Berto: Fin dai primi tempi in cui si è cominciato a pensare e a sognare la coeducazione ci si è posti il tema dell’età di reparto. Come permettere l’identificazione sessuale e il confronto e l’incontro con l’altro? L’equilibrio tra i due piatti della bilancia è quello che ci vuole in reparto. La letteratura associativa concorda fin dagli anni ‘70 che lo strumento per raggiungere l’equilibrio è mettere su un piatto la squadriglia monosessuale e sull’altro le attività di reparto (misto o parallelo che siano).

Elisabetta Cimatti: In adolescenza i ragazzi e le ragazze sentono la necessità e il desiderio di spingersi oltre la famiglia per trovare altri “microcosmi”, “piccoli laboratori sociali” con cui confrontarsi per conoscersi, esprimersi, trovare rassicurazioni e conferme, fiducia in sé stessi, sperimentare le capacità personali e assumersi delle responsabilità. Questo luogo può essere la squadriglia, luogo prezioso di crescita e di progettazione dove crescere come persone e donarsi per crescere insieme. Altrettanto è prezioso il grande gruppo, il reparto, in cui le dinamiche relazionali possono essere più complesse e diversificate. Si possono apprendere strategie di superamento dei conflitti, riconoscere sogni, desideri e significati condivisi, affrontare la fatica generativa della responsabilità, perché ha senso spendersi e vivere quella fatica.

Di quali adulti hanno bisogno i ragazzi e le ragazze?

Massimo Gavagnin e Caterina Berto: Diarchia è un termine ancora attuale a distanza di 60 e più anni. La diarchia è lo strumento per vivere in prima persona da capi quello che vorremmo fosse compreso dai ragazzi e dalle ragazze: il rapporto con l’altro sesso è fonte di arricchimento reciproco, condivisione di impegni e soddisfazioni. È occasione di confronto, di mediazione, di autoeducazione, di arricchimento, di equilibrio personale. È la relazione con l’altro nello staff.

Elisabetta Cimatti: Il metodo si può riassumere con queste poche parole: “perdere del tempo con i ragazzi”. Papa Francesco lo esprimeva così: “C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità”. C’è bisogno di adulti capaci di ascolto attivo, privo di giudizio, curioso, capace di mettere da parte soluzioni perché sia il ragazzo stesso a svelarsi, con pazienza, a conoscersi, ad accettarsi, a fare scelte autentiche e consapevoli. Come educatore è sensato avere una mappa di riferimento per dare significato alla sessualità e ai comportamenti affettivi che sia inclusiva, che fa riferimento alla pedagogia di Gesù: continuare a stare accanto nel rispetto reciproco, anche quando la diversità può essere difficile da comprendere e accettare.

Quale idea di uomo e donna e di relazione abbiamo imparato a riconoscere come strada verso la piena realizzazione di sé nell’amore?

Massimo Gavagnin e Caterina Berto: Nel 1999 nel Patto Associativo viene esplicitato che la crescita della persona avviene attraverso relazioni significative nella vita comunitaria, nell’impegno e nella partecipazione alla vita sociale ed ecclesiale, perché la relazione autentica è sempre collegata al servizio dell’altro. Negli ultimi anni sono stati approvati importanti documenti associativi centrati proprio sulla relazione: “La scelta di accogliere” (2019) in cui si legge: “L’ascolto, prima forma di accoglienza, attraverso cui ogni relazione diventa autentica, cresce, matura e si rinnova”. Nel 2021 “Relazioni sane, etiche e di cura” pongono l’accento, per esempio, sulla necessità di saper costruire relazioni sane, su quanto la relazione educativa debba essere fondata su rispetto, responsabilità e cura reciproca, su come le relazioni non debbano diventare esclusive o funzionali ai bisogni dell’educatore, La priorità deve essere sempre il diritto di ciascun ragazzo e ragazze a un luogo psicologicamente sicuro e relazionalmente sano. Nel 2023 con “Identità di genere e orientamento sessuale” la relazione viene declinata nell’ambito dell’ascolto, dell’accompagnamento e dell’accoglienza. L’ascolto delle persone e delle loro esperienze è il punto di partenza; la relazione educativa richiede rispetto della dignità di ogni persona; l’obiettivo è accompagnare e camminare insieme, non giudicare e le comunità scout sono chiamate a essere ambienti affidabili in cui raccontarsi senza paura. Nel 2026 con “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo”, la relazione diventa anche una competenza educativa da coltivare consapevolmente.

In conclusione, la domanda non è semplicemente: come possiamo educare all’amore? La domanda è più esigente: quanto siamo consapevoli della forza educativa delle relazioni che i ragazzi e le ragazze vivono nell’esperienza scout?

 

Testo di Chiara Bonvicini e Valeria Leone

Foto di Giorgia Scalco

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