“Questa mattina entriamo nel cuore di una delle domande che ci hanno accompagnato nella preparazione di questo Convegno: che cosa rischiamo di non vedere di ciò che ragazze e ragazzi stanno vivendo oggi?”, così Michela Serena Abati, Iacopo Portaccio e p. Diego Mattei sj, Incaricati e Assistente nazionale di Branca E/G, hanno aperto la seconda giornata del Convegno nazionale di Branca “Per me sei avventura”.
La tavola rotonda dal titolo “L’adolescente di oggi e l’approccio alla vita affettiva” ha provato a tenere insieme dimensioni differenti dell’adolescenza: ciò che accade nei ragazzi e nelle ragazze in questa fase della loro vita, i processi di crescita e le trasformazioni sociali e culturali che fanno da sfondo al loro vivere.
La plenaria ha visto i contributi della dottoressa Federica Robiglio, psicologa e psicoterapeuta in formazione, che lavora presso l’Istituto Minotauro di Milano; il professor Alessandro Ricci, psicologo e psicoterapeuta, professore presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma e la dottoressa Antonella Inverno, Responsabile Ricerca, Dati e Politiche di Save the Children Italia e giurista.
Federica Robiglio ha portato uno sguardo “clinico” dell’attuale tempo complesso, pieno di contraddizioni a cui i ragazzi e le ragazze fanno da specchio. Uno dei più centrali cambiamenti del mondo postmoderno riguarda la funzione del padre e ha forti ricadute sociali, per gli educatori costituisce una sfida importante. Ciò significa che con la crisi della funzione normativa del padre, lo stile prevalente è quello dell’affetto, del soddisfare in modo immediato le esigenze dei figli, senza dare “linee guida” rispetto all’attesa, al conflitto, all’aggressività, spingendoli a realizzare individualmente il loro potenziale. Vengono eliminati gli aspetti negativi, il dolore, la tristezza, la morte. Come adulti si tende a chiedere ai ragazzi e alle ragazze di non raccontare questa parte della vita: di conseguenza i compiti evolutivi di separazione e identificazione non ricevono coordinate durante l’infanzia. Gli adolescenti si trovano ad affrontare delle sfide ambivalenti, da un lato con il desiderio di affrontarle, dall’altro con una grande paura di farlo. Da un lato lo slancio verso l’indipendenza e al contrario il movimento regressivo verso ciò che è già noto.
Gli adolescenti fanno fatica ad attribuire senso a ciò che gli accade nel corpo e negli affetti e vivono un vuoto identitario. Nella coppia il legame normale, fisiologico, richiede un equilibrio tra la vicinanza e la lontananza, invece oggi gli adolescenti vivono angosce di stampo infantile, come se non le avessero affrontate nell’infanzia, come la paura di venire inglobati quando sono molto vicini e se lontani invece il terrore di essere abbandonati. Ecco la volontà di stare vicini, controllare l’altro, condividere le password, la posizione GPS, per il timore profondo che l’altro se ne vada, di perdere quello sguardo che li fa sentire vivi. Ognuno punta alla realizzazione personale, non a un progetto condiviso. Per alcuni è impossibile e trovano forme di non legame, non reciprocità, perché stare insieme all’altro fa paura, come anche l’assenza dell’altro fa paura. Indipendenza e vicinanza: equilibrio difficile. I ragazzi che non riescono a stare nel legame, si ritirano, si tolgono dal mondo. Sentono di non avere gli strumenti, anche se vorrebbero, nell’affrontare le emozioni, i sentimenti che la vicinanza provoca. Si sentono inglobati. Del corpo spesso non sanno cosa farsene, se ne vergognano. Spariscono. Annullano il desiderio, appiattiscono la dimensione affettiva e relazionale.
Se l’altro si allontana provoca angoscia, allora le relazioni diventano simbiotiche, l’altro diventa oggetto di consumo, deve gestire l’angoscia. Dov’è allora l’amore? Anche i ragazzi si innamorano, amano! Nell’epoca normativa si poteva parlare di amore romantico, con grande investimento di tempo e un progetto di coppia condiviso. Oggi la coppia vive un amore narcisistico, con la volontà di sostenere entrambi i partner nel proprio progetto di crescita. Una dimensione più “democratica”, che richiede competenze relazionali, la capacità di leggere e capire bisogni e affetti, ma che è più fragile, con la paura di perdere l’altro o che l’altro prenda troppo posto. Ognuno è molto focalizzato su se stesso, ci si può aspettare che un passaggio di crescita ulteriore, romantico, sia successivo.
Roviglio è tornata infine sulla questione del corpo, punto nevralgico per tante trasformazioni, “luogo” in cui si vivono le esperienze, si sentono gli affetti, la paura e la felicità. Oggi gli adolescenti si confrontano con il mito della bellezza e spesso il corpo diventa ostacolo. La soluzione allora è attaccarlo o eliminarlo, e la relazione si sposta nel virtuale, che permette di aggirare la questione del corpo, che crea imbarazzo e vergogna. Nel virtuale i ragazzi riescono a spostarsi su relazioni profonde ed empatiche, canalizzate sugli stati interiori, su ciò che pensano, che provano e desiderano. Che è proprio ciò su cui fanno fatica nelle relazioni. Le relazioni virtuali sono un’occasione per stare nei legami, sarebbe bello che il corpo potesse entrare in queste relazioni, inserire la matericità, capire come è possibile costruire dei legami in una dimensione “di presenza”.
Alessandro Ricci ha aperto con uno sguardo su chi siano gli adolescenti oggi, sottolineando che l’educazione è sì più complessa, ma l’adolescenza è sostanzialmente alle prese con gli stessi passaggi evolutivi. Sono invece cambiati gli adulti significativi di riferimento, che dovrebbero accompagnare in modo autorevole e non fermarsi al primo sguardo. Gli educatori devono andare oltre, osservare bene gli adolescenti e ascoltarli. Come sono oggi? Interconnessi, più intelligenti, immersi nel digitale, inseriti in una società liquida in cui tutto è immediato e rapido. Ed è in questo contesto che devono svolgere compiti evolutivi e riconoscere ed esprimere in modo regolato le emozioni: l’adolescente però ha bisogno di tempo, un tempo che in questa società non c’è, con la conseguente confusione nel vivere e nell’esprimere emozioni. Diventa dunque urgente educare all’affettività, aiutando loro a dare un nome alle emozioni e così a discriminarle. Si è passati da una relazione in presenza – nei cortili, negli oratori – a relazioni in camera, online, senza staccare mai. La tecnologia ha cambiato le relazioni, perché le competenze socio-relazionali si apprendono facendo: oggi se ne fanno meno e dunque si imparano meno. Gli adolescenti fanno in parallelo tante cose, perdono il senso dello spazio e del tempo, la stanchezza riduce i freni inibitori e di sicurezza e porta a compiere azioni meno sicure. Ricci ha evidenziato alcuni aspetti: oggi la sessualizzazione è molto precoce e c’è scissione tra affettività e sessualità, pertanto l’educazione affettiva ed emotiva dovrebbe accompagnare e completare l’educazione sessuale. Alcune relazioni poi avvengono in condizioni psico-fisiche alterate, per via dell’uso e dell’abuso di alcol e stupefacenti.
Le parole che Ricci ha lasciato rispetto agli adolescenti oggi rimandano alla precocizzazione (smartphone personale molto presto, navigazione libera online con disinibizione e diseducazione emotiva) e alla conseguente confusione, perché gli adolescenti non hanno una struttura psichica per fare le cose prima del tempo. Vietare non è educare: possiamo vietare l’educazione affettiva e sessuale, possiamo vietare i cellulari, ma chi è che educa? Altro elemento distintivo, l’eccitazione: gli adolescenti vivono emozioni forti e la loro costante eccitazione è difficile da regolare, così come i falsi bisogni. Infine il disorientamento, quel vuoto di senso che l’adolescente deve riempire. Ma se non parliamo noi educatori, se non rispondiamo alle domande dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, chi parlerà con loro?
Antonella Inverno ha presentato alcuni dati della ricerca “Stavo solo scherzando” sulle esperienze dirette di episodi pericolosi o violenti subiti da ragazzi e ragazze, come commenti sul proprio corpo, sul vestiario, sul comportamento, sulle relazioni. Spesso il fallimento dell’azione educativa nasce dal fatto che i primi commenti su questi temi arrivano proprio all’interno del nucleo familiare. Mentre un dato preoccupante sugli episodi violenti racconta una crescente paura di ricevere violenza da parte dei coetanei o gruppi di coetanei. Nella ricerca emerge chiaro il bisogno da parte dei ragazzi e delle ragazze di raccontarsi, anche in modo molto personale, su questi temi.
In questo quadro si aggiunge il racconto, da parte degli adolescenti, di un’immagine smaterializzata del corpo: una visione molto spesso correlata alla consuetudine di scambiarsi foto intime attraverso i canali digitali, anche con persone senza legami intimi o in contesti pubblici. Nel digitale si ha l’impressione che il proprio corpo, anche se condiviso, non venga toccato. La normalizzazione della sua condivisione nelle chat tra amici ne cambia il valore. La condivisione avviene in ambienti dove prevalgono canoni normali e stereotipi molto forti, che portano paradossalmente a un arretramento verso i modelli tradizionali, anche se non li vivono direttamente.
Antonella Inverno sottolinea come il possesso, il controllo e l’aggressività nelle relazioni non siano una questione di genere. Il crescente dialogo sull’educazione affettiva e sessuale ha portato a una maggiore consapevolezza su questi temi. I risultati però disegnano un’immagine chiara del contesto patriarcale in cui tutte e tutti siamo immersi: i ragazzi continuano a voler dominare e le ragazze ad avere paura dell’abbandono; le ragazze continuano ad avere percentuali maggiori di episodi di violenza subita sia fisica che sessuale rispetto ai ragazzi. Si registra anche un aumento dei reati sessuali tra i minori. Nel dialogo con chi li ha commessi emerge una difficoltà nel tracciare il confine tra pratiche sessuali trasgressive consensuali e non.
Molte e molti di loro hanno vissuto la pandemia quando avevano mediamente dieci anni. Appena usciti da quella fase si sono trovati circondati da contesti di guerra, dove ancora una volta le immagini sono state protagoniste, immersi in una escalation di violenza, senza filtri e spesso senza spiegazioni. Questo ha contribuito a creare una frattura con il mondo degli adulti, al patto educativo con loro. In questa fragilità i ragazzi e le ragazze hanno saputo trovare la forza di chiedere aiuto. La mappatura ci dice che parlare di violenza è ancora difficile, perché chi la subisce ha paura che non gli si creda e chi agisce pensa di passarla liscia dicendo: stavo solo scherzando. Il risultato finale è un ritorno al punto di partenza, il contesto familiare, viste le percentuali alte per chi definisce il proprio contesto familiare più teso e violento. Per cui l’appello conclusivo è semplice e diretto: non c’è educazione nella violenza.
A chiudere i lavori del mattino, i laboratori: uno spazio di rilettura attiva, in cui confrontare quanto emerso nella plenaria con la propria esperienza educativa, approfondire alcuni temi specifici legati all’affettività e mettere a fuoco le sfide educative negli adolescenti, a partire da territori e dalla cornice fornita dagli esperti.
A cura di Chiara Bonvicini, Valeria Leone, Gianrico Di Fonzo
Foto di Matteo Bergamini
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