Dall’ombra alla luce

Il tempo delle leggi razziali vissuto da un bambino

Una preziosa testimonianza di Fulvio Janovitz

recensione di Lucio Costantini

 

“Non possiamo accettare che ciò che alimenta la nostra vita, rendendole un senso e una speranza, rimanga sepolto e muto. Sentiamo, quasi come una missione, il bisogno di renderlo manifesto, affinché esso pervada il mondo così come pervade la nostra anima”. Sembra che Fulvio Janovitz, personaggio ben noto nel panorama dello scautismo italiano, abbia fatta sua la frase di Aldo Carotenuto – che fu una delle figure più significative nel panorama internazionale della psicologia junghiana – contenuta nel suo testo Vivere la distanza (Bompiani, MI, 2002).

Capita, quando le primavere sulle spalle sono parecchie, di guardarsi indietro: sono passaggi nei quali il passato, anche il più remoto, acquista una nitidezza sorprendente, caricandosi di dettagli. Fulvio Janovitz ha raccolto i ricordi di un periodo significativo della sua esistenza, mettendo a fuoco quanto accadde (e gli accadde), in anni cruciali per la sua crescita, quand’era bambino, poi ragazzo, dal 1938 al 1945. I suoi genitori “appartenevano a due famiglie triestine, completamente ebrea l’una, mista l’altra: nonno Carlo cattolico praticante, nonna Lisa appartenente” ad antica famiglia ebraica. Il piccolo Fulvio, che venne battezzato per volontà del nonno Carlo, si trovò a vivere in una strana dimensione, fatta di riti cattolici da un lato, ebraici dall’altro, cosa che gli generò un certo disorientamento, ma certamente gli predispose l’animo ad atteggiamenti di comprensione e tolleranza.

Emergono dai ricordi dei primissimi anni di vita il piacere crescente per il cinema (il padre lavorava nel settore della distribuzione di pellicole cinematografiche), per le letture di romanzi d’evasione, la frequentazione della scuola elementare, i coetanei della “Banda del Pipistrello”, ma anche volti di parenti, amici, di gite fuori porta e dei richiami all’avventura africana dell’Italia di allora, quando da Trieste salpavano navi cariche di soldati col casco coloniale. Un’infanzia serena, carica di episodi divertenti che però terminò bruscamente nel settembre 1938, quando Mussolini scelse proprio Trieste per annunciare la promulgazione delle leggi razziali, un avvenimento che segnò il piccolo Fulvio in modo indelebile. Da quel momento, mentre si radicava in lui la percezione di una diversità non invocata, ma imposta, tutto sembrò precipitare; tra le pagine scorrono infatti situazioni ed episodi che fanno prevedere per la famiglia dell’autore un futuro oscuro, a cominciare dal momento in cui a suo padre, in quanto ebreo, fu impedito di esercitare una professione a contatto con il pubblico, o quando i nonni Silvio e Fanny vennero deportati dai Tedeschi per poi scomparire ad Auschwitz. La guerra portò paure, privazioni, razionamenti alimentari e un senso di totale precarietà che si accentuarono con la creazione del cosiddetto Litorale Adriatico da parte dei Tedeschi. La fuga s’impose, prima in Friuli, poi a Milano: ancora privazioni, sofferenze, timori per il futuro, ma anche il consolidarsi del piacere crescente per la lettura che Fulvio non abbandonò più. Genova quindi, con i ripetuti bombardamenti e la “scoperta” della filosofia, l’accostamento ai suoi grandi padri: da Platone a Kant, con una predilezione, tuttora viva, per l’amatissimo Croce. La liberazione infine e la scoperta dello scautismo, un amore che in Fulvio durerà per tutta la vita.

Il rientro a Trieste avvenne rocambolescamente quando l’esercito di Tito aveva appena lasciato la città lasciandosi alle spalle una delle pagine più dolorose e cupe nella storia di quella bella città.

Chiudendo il suo gradevole testo l’autore si chiede: “Perché ho scritto queste poche, ma sofferte pagine delle mie memorie e ricordi del periodo dal 1938 al 1945?”. Lo ha spinto a farlo il “dovere di testimoniare alle nuove generazioni un periodo della nostra storia che oggi sembra incredibile: quello delle persecuzioni razziali antiebraiche”; nuove generazioni che paiono senza storia, o incapaci di coltivarla e che molto potrebbero apprendere da chi quel periodo nefasto della nostra storia lo visse da bambino sulla propria pelle.

Il testo si chiude con una nota autobiografica nella quale un rilievo particolare riveste la lunga e articolata appartenenza dell’autore allo scautismo cattolico.

 

Fulvio Janovitz, La pietra d’identificazione. Memorie e ricordi (1938 -1945), Giuntina, Firenze, 2017. Pag. 91, € 10,00.

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