TAPS: un tempo (e uno spazio) assolutamente per sè

Intervista a Francesco Tonucci

di Marco Gallicani

 

“Nel 1970 andavano a scuola a piedi e da soli l’80% dei bambini inglesi dai 6 agli 11 anni, nel 1990 solo il 10%. In Italia siamo attorno al 7% alla scuola primaria, ma il dato più sorprendente è che le percentuali sono più basse quando i genitori hanno un titolo di studio più alto”

 

Sbam! Volevo cominciarla bene l’intervista al prof. Francesco Tonucci – filosofo, psicologo, disegnatore (FraTo) e ricercatore associato all’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e fresco vincitore del premio Andersen 2017 – ma se ti consideri un appassionato di educazione non puoi rimanere indifferente di fronte ad una vita come la sua. Ti prende una smania simile a quella provata durante la sessione di psicologia evolutiva del bambino al CFM.

Ci ho parlato 1 ora e 49 minuti, ma lo avrei volentieri invitato a cena.

 

Francesco, il prof. Tonucci, è famoso soprattutto perché nel 1991 ebbe l’ardore di scrivere al sindaco della sua città natale, Fano, per spiegargli una questione di una semplicemente disarmante: le città stavano evolvendo senza tenere in considerazione le esigenze dei bambini. «Non volevo fosse una questione solo per pedagogisti, sia chiaro, quanto un modo per metterlo in guardia: l’Italia aveva ratificato la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, che quindi era una Legge dello Stato, che all’art. 31 riconosce a tutti i bambini il diritto al gioco. Ma di fronte ad un diritto evidentemente ci dev’essere un dovere, no?»

 

Di domande importanti poi Francesco ne ha fatte molte altre. Noi ne abbiamo fatte un paio a lui sul tempo nell’educazione: «Viviamo situazioni assurde: i nostri ragazzi ricevono il motorino senza mai aver sperimentato la libertà e la responsabilità di spostarsi senza il controllo degli adulti. I bambini vivono la loro giornata fra scuola, casa, corsi pomeridiani e TV; sono sempre assistiti e vigilati da adulti, sia a scuola che nelle attività̀ pomeridiane. È diventato per loro impossibile vivere esperienze di scoperta, esplorazione e avventura: è quindi per loro impossibile una vera esperienza di gioco.»

 

In che senso i bambini non giocano?

«L’istinto di sopravvivenza fondamentale, la capacità di gestione del rischio, si costruisce sul contesto dei primi anni di vita quando il gioco è l’attività principale. Quindi se il gioco non t’insegna a gestire il rischio allora non serve per crescere. Sappiamo da tempo che gli apprendimenti più significativi, Jerome Bruner parla dell’80% di quelli sui quali tutta la conoscenza successiva dovrà costruirsi, si acquisiscono prima di entrare nel ciclo scolastico. Ed è evidente il ruolo del gioco perché siamo in età pre-scolare per definizione. Ma il gioco è fare operazioni sufficientemente libere per realizzare un desiderio, quindi correre dei rischi, confrontarsi da solo con la complessità del mondo avendo a disposizione tutta la curiosità, quel che si sa e che si sa fare, quello che non si sa e che si desidera sapere».

 

Spieghiamo meglio…

«L’adulto che accompagna il bambino nelle varie tappe della sua giornata sembra non voler più permettergli di correre rischi, ma il rischio è una condizione necessaria per procedere nello sviluppo delle capacità e delle competenze. Solo affrontando gli ostacoli e mettendosi alla prova il bambino, privo di tentativi autolesionistici, può̀ provare la soddisfazione del superamento delle varie prove. Non potendo mai correre rischi per la presenza vigile degli adulti, il bambino non può̀ verificare e consolidare le sue competenze e accumula un grande desiderio di rischio inespresso che rischia di esplodere anche in forme pericolose quando il controllo dell’adulto non sarà̀ più̀ possibile».

 

E questo perché avrebbe a che fare con il tempo? 

«Perché per il bambino tempo e spazio sono concetti in costante comunicazione reciproca: nelle nuove città si può dire che i bambini abbiano perso il loro spazio e il loro tempo. L’unica possibilità per i bambini di sperimentare le loro capacità è esplorare l’ambiente, scoprire cose nuove, elaborare criteri di controllo del rischio, norme di organizzazione del tempo e dello spazio appunto».

 

Autoregolarsi quindi? Non sarà rischios…?

«Vedi??» e ride… e io con lui, rido di me che ero un educatore, prima di essere un genitore.

«Io capisco che sia difficile, ma è indispensabile che i bambini si diano dei periodi di tempo nei quali incontrarsi fuori casa, con altri bambini e senza la presenza di adulti incaricati della loro sorveglianza. Per esempio andare a scuola con i compagni e non con i genitori, uscire nel pomeriggio per giocare, andare al negozio per fare compere, andare da soli in piscina, vanno considerate esperienze di grande valore. E non è questione di scelte più o meno coraggiose, la questione è che i bambini poi ne pagano delle conseguenze altissime».

 

A volte però l’ostacolo non lo superano…

«E meno male. Solo vivendo l’insuccesso da soli sapranno gestirlo in pubblico, solo accettandolo come pausa del percorso impareranno a convivere con le occasionali frustrazioni che inevitabilmente dovranno affrontare. Mentre se a ogni fallimento è l’adulto ad aiutarlo a rialzarsi, allora per forza il bambino diventa un po’ “stupidino”. Osservateli di nascosto quando giocano tra di loro e vedrete che non vivono nessuno dei disagi che vi sembra vivano quando ci siete anche voi. Succede perché noi viviamo il tempo e lo spazio in modo diverso dai bambini. Per noi la stragrande maggioranza dei movimenti sono spostamenti, mentre per loro sono percorsi».

 

Ma vale anche per i bambini piccoli? E per gli adolescenti?

«Certo, l’autonomia del bambino va sviluppata fin dall’infanzia. È importante che cresca con loro a partire dai primi giorni di vita e senza mai interrompersi: meglio una coperta del box, perché́ dalla coperta si può̀ uscire e dal box no; più̀ tardi uscirà̀ dalla porta di casa per giocare sulle scale o sul pianerottolo, poi in cortile, poi sul marciapiedi e poi sempre più̀ lontano man mano che le sue capacità glielo permetteranno».

 

Scusa, faccio una domanda da suocera: Ma non sarà pericoloso? Il mondo fuori sta peggiorando a vista d’occhio.

«I dati dicono il contrario, i bambini si ammalano sempre meno e gli incidenti e i delitti sono molti meno di quando l’autonomia c’era. Ma accade per i bambini quello che accade per gli adulti, e cioè che non c’è più relazione tra sentimento della paura e dati reali. La paura non è più uno strumento di difesa attivo, ma un blocco che agisce anche quando non dovrebbe e che interpreta l’ambiente, inutilmente, anzi pericolosamente: ad esempio sempre i dati ci dicono che la maggior parte degli incidenti  accade nei due ambienti che gli adulti considerano universalmente più sicuri, la casa e l’auto».

 

L’autonomia, la gestione del tempo sono una questione anche di vita attiva? Penso all’aumento delle obesità.

«È come se stessimo allevando cardiopatici, sapendolo. Questi momenti di organizzazione autonoma del tempo e dello spazio permetteranno anche di muoversi liberamente, di scaricare energie che rischiano di essere scaricate su un video o in casa dove invece dovrebbero valere altre regole, o sul ciclo del sonno, che invece dovrebbe essere sacro. E non solo, pensa alla situazione nelle classi…»

 

Cioè?

«Molti bambini arrivano in classe che quasi non si sono ancora svegliati, sono scaraventati giù dal letto, vengono nutriti, lavati e infagottati sull’auto, recapitati a scuola come fossero pacchi e poi ci si lamenta dei dati sull’aumento delle difficoltà cognitive. Le ricerche ci dicono che i bambini che vanno a scuola a piedi, dopo essersi alzati e organizzati con l’autonomia che la loro età permette, sono più reattivi, imparano meglio. Di più: è stato dimostrato che imparano a gestire il tempo, a calcolarlo senza ansia. Alcune ricerche condotte negli Stati Uniti e in Danimarca lo confermano anche per quelle pianificazioni che prevedono la ginnastica alla prima ora di scuola. Che è il contrario del bombardamento farmacologico a cui sono sottoposti per recuperare i deficit d’attenzione».

 

E qui entrano in ballo le città. Cosa vuol dire che non sono adatte ai bambini?

«La questione è politica, non pedagogica. Qui non si tratta di far conoscere meglio i bambini, ma di sperare che i bambini possano aiutarci a capire delle cose che non capiamo più. Il parametro dei bambini che legge la città te la traduce nel linguaggio delle diversità».

 

Una cosa del tipo chiedere aiuto ai bambini…

«Si, li ascoltiamo e gli restituiamo l’autonomia. Che non significa capovolgere l’equilibrio, i bambini si muovo dentro uno spazio-tempo che non è necessariamente libero da regole. Al contrario queste devono essere una chiara cornice dentro la quale i bambini hanno la possibilità di scegliere, di decidere e di rischiare. Possono essere regole di tempo (rientra entro le 19), regole di spazio (non oltrepassare la via Emilia) o regole di compagnia (non andare con quei ragazzi)».

 

E qui c’è l’ultima domanda che volevo fare, perché ho la sensazione che i bambini non siano quasi più capaci di gestire il gioco non strutturato. Zavalloni, il nostro maestro scout, nel decalogo dei 10 diritti naturali del bambino parla espressamente di “diritto all’ozio”…

«L’ozio, la noia sono necessari quanto l’ossigeno, è un brodo di cultura dentro il quale nascono le intuizioni più geniali, il riposo più ristoratore, i collegamenti più efficaci e duraturi tra le nozioni accatastate, i pensieri più rincuoranti, le nostalgie più profonde. I bambini non vivono più la noia perché la società ha fatto delle scelte che vanno esattamente al contrario, verso la superficialità e l’omologazione. Gran parte delle vignette che ho pubblicato in questi 20 anni sono nate all’interno di spazi di noia, convegni barbosissimi, riunioni fiume, ma anche semplici finestre d’attesa.

La noia è pericolosa quando le valvole di sfogo sono chiuse, in casa ad esempio, dove per vincerla posso andare a cercare il rischio tra le pieghe dei divieti che mi hanno imposto, mentre il bambino che non vuole annoiarsi in un prato diventa un esploratore».

 

[foto di Dario Cancian]

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