RIABILITIAMO LA PACE

di Michele Nicoletti

Viaggio tra parole di cui abbiamo smarrito il senso

C’è stata, negli ultimi anni, una riabilitazione della guerra. Si è diffusa l’idea che la guerra, talvolta, è necessaria. E anche utile. Serve non solo a raggiungere determinati obiettivi, ma serve anche a mostrare la nobiltà dell’essere umano che, nella guerra, darebbe il meglio di sé, perché pronto a sacrificare la sua vita per gli altri. I pacifisti invece, ma anche i pacifici, sarebbero dei “pantofolai”: persone pronte a barattare qualsiasi ideale per una vita comoda e tranquilla. A leggere qualche discorso ufficiale sembra di essere tornati all’atmosfera di inizio Novecento quando la guerra veniva cantata come “sola igiene del mondo” e l’aspirazione massima era “morire per le belle idee”. A vedere le manifestazioni dei giovani russi contro la guerra si sarebbe tentati di pensare che la retorica ufficiale non ha fatto breccia nel cuore di molte persone e il desiderio di pace rimane ancora il desiderio più forte. Ma non ci si deve illudere: il fascino della violenza è sempre in agguato. La violenza è sempre lì, a portata di mano. Lo vediamo nelle relazioni interpersonali dove la tragedia della violenza sulle donne non cessa di colpire il nostro mondo che pensavamo civilizzato, cortese e immune dalla tentazione di ricorrere alla forza. Basta che qualcuno dica “no” alle nostre pretese e scatta la tentazione di prendere con la forza ciò che vogliamo.

Forse si potrebbe cominciare da qui, per una rieducazione alla pace. Mostrare che i costruttori di pace non sono pantofolai, ma si indignano – più degli altri – di fronte all’ingiustizia, si ribellano di fronte alla prepotenza e all’arroganza, sono pronti a sacrificare le proprie comodità per difendere le persone soprattutto i più deboli, hanno coraggio e nobiltà d’animo. Non sono stanchi e scettici. Hanno una fede che muove le montagne. Basta leggere La forza di amare di Martin Luther King o Antiche come le montagne di Gandhi, per trovare questo elogio del coraggio, questa aspirazione alla grandezza d’animo, questa disponibilità totale a darsi. Solo, i pacifici, non pensano che per costruire la giustizia sia inevitabile passare per le carneficine, per lo spargimento di sangue, per il sacrificio di vittime umane. “È un prezzo da pagare per un bene più alto” ripetono i riabilitatori della guerra. Ma le tragedie della Prima e della Seconda Guerra Mondiale dovrebbero pur mostrare la sproporzione del prezzo pagato. E così la triste litania delle guerre successive.

Alle spalle dell’uso della violenza c’è l’idea che il vero potere sia “piegare” la volontà dell’altro. Far fare all’altro quello che voglio io. Ecco – dicono – il vero potere. E, se questo è il potere, lo strumento principe è certo quello della forza. La volontà dell’altro si piega quando si agita il randello, quando lo si costringe con la forza. Appunto quando lo si “batte”, lo si “piega”, lo si “umilia”, lo si “nega”. Ma il vero potere – “civile” – non è questo. Il violento non è il potente. Caso mai è l’impotente. È chi è privo di autorevolezza e non ha altri argomenti se non la violenza. Il potere – autentico – è piuttosto la capacità di stare con l’altro in un processo che porti non al prevalere della mia o della sua volontà, ma alla costruzione di una volontà collettiva, nostra, che metta insieme le forze e le moltiplichi. Da un lato la guerra è la lotta per vedere chi è il padrone e chi lo schiavo, dall’altro la pace è la costruzione di una relazione diversa, paritaria. Libertà e parità. Certo, per averla bisogna lottare. E a chi vuole ridurci in schiavitù bisogna opporsi e bisogna liberare chi è reso schiavo. Ma non con l’idea di annientare o dominare, ma di moltiplicare gli spazi di libertà.

Alla logica delle armi si deve contrapporre la logica del dialogo. Bisogna non stancarsi di parlare. Bisogna imparare a parlare con l’altro entrando nei panni dell’altro. Imparare a guardare il mondo dal suo punto di vista. Entrare nelle scarpe, nei costumi, nelle tradizioni, nelle sofferenze, nelle umiliazioni. Scavare per capire i risentimenti più profondi. Non avere paura di sentire il dolore dell’altro, guardare le sue ferite per capire da dove escono le paure, talvolta gli odi. Capire il bene che gli altri vogliono. Non farsi spaventare dalla distanza tra la loro rappresentazione del bene e la nostra rappresentazione del bene. Sentire quanto per loro sono importanti cose che per noi non lo sono e rispettare questo sentimento, questa riverenza. Lasciarsi incantare dal racconto delle storie degli altri.

Alla logica delle armi si deve contrapporre la logica del diritto. Gli antichi chiamavano il diritto “la giusta ripartizione”. Fare le parti giuste. Dare a ciascuno il suo. Anche ai poveri che non hanno la forza di prenderselo. La pace non è assenza di conflitti, ma giustizia. Giusta ripartizione. Equilibrio, bilanciamento. Non è un’armonia data una volta per tutte, ma è costruita sempre di nuovo. La pace va sempre “fatta”. “Facciamo la pace?” vuol dire che la pace si deve fare e non è già fatta. Occorre cioè costruirla sempre da capo, guardando alla storia mutata, alle persone in campo, alle risorse a disposizione. E quando la pace è fatta e un ordine si è costruito, occorre rispettare i patti e le regole che ci siamo dati. Il rispetto delle regole – anche del diritto internazionale – non è solo il rispetto della legalità astratta, è il rispetto della comunità che quelle regole si è data, è il rispetto delle persone in carne ed ossa che da quelle regole vedono la loro vita e i loro beni protetti. E se una pace più avanzata è richiesta, se un nuovo ordine e nuove regole servono perché le vecchie sono superate, non c’è che la via del dialogo per ricostruirle e non certo quella dell’aggressione o dell’imposizione.

La grande passione per la pace che ha animato il mondo dopo la spaventosa tragedia dei totalitarismi e delle guerre mondiali e che ha saputo passare attraverso la terribile sfida della guerra fredda, si nutriva anche dell’orrore per la guerra. E soprattutto per la guerra atomica a cui l’umanità aveva fatto ricorso alla fine della Seconda Guerra mondiale. Le armi atomiche avevano dato all’uomo la possibilità – per la prima volta nella storia – di mettere fine non solo a questo o a quel popolo, ma all’umanità intera e a tutta la creazione. Il potere dell’anti-genesi. C’era questo orrore dietro la passione per la pace e la determinazione di mettere al bando le armi di sterminio. Si voleva, disperatamente, la vita dopo aver sperimentato tanta morte diffusa. Oggi si assiste a una pericolosa riabilitazione perfino delle armi atomiche. Evocate come ultima chance, ma sempre evocate. E i programmi di contenimento e di smantellamento degli arsenali nucleari paiono abbandonati. Di fronte a questa riabilitazione, l’opposizione deve essere netta. Il rischio della disumanizzazione della terra è evidente e al cinismo o alla sottovalutazione di questo problema non dovrebbe essere concesso nessuno spazio. In fondo la grande eredità che i costruttori di pace ci hanno lasciato è quella relativa alla riflessione sulla non neutralità dei “mezzi”: i mezzi non sono neutri, ma portano con sé relazioni tra le persone, tra gli esseri umani e la sfera vivente. Si pensi alla tortura o ai genocidi. Non si possono considerare mezzi accettabili per raggiungere fini che riteniamo buoni. Con essi si smarrisce non solo l’umanità della vittima, ma l’umanità tutta.
È questo ritrarsi di fronte al male estremo che va appreso di nuovo e va riabilitato il ripudio della guerra e la costruzione della pace, dove le vite di tutti possano fiorire.

Michele Nicoletti 
Da sempre impegnato nell’associazionismo, è stato capo scout AGESCI e presidente della Rosa Bianca. Docente di filosofia politica presso l’università di Trento, deputato nella XVII legislatura, già presidente dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha pubblicato per Morcelliana La politica e il male e per Il Mulino Il governo senza orgoglio – le categorie del politico secondo Rosmini.

[Foto di Martino Poda]

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