PUNIZIONI 0?

di Alessandro Vai

Il principio di giustizia per tutti, il percorso personale per ciascuno

Quando ero rover, Piero Pelù indossava ai concerti una maglietta rosso fiammante con la scritta “Regole 0” e io speravo di portare un po’ di quello spirito rock in università e in clan. Da capo mi sono sentito invece spesso in difficoltà quando questo principio era messo in pratica da bambini e ragazzi. Intervenire richiamando con ironia oppure alzando la voce, usare il proprio corpo – abbracciare il lupetto agitato piuttosto che frappormi tra due rover in piena crisi ipoglicemica – o rimandare il chiarimento a un colloquio? E poi, come gestire la punizione?

Durante le nostre attività possono esserci comportamenti che mettono fuori dal gioco, più legati al senso che i ragazzi danno alla partecipazione all’esperienza scout. Qui il tema delle regole c’entra poco. Relativamente allo spettro di azioni che va dal potenzialmente pericoloso – il lupetto che scaglia una pietra giù dal dirupo, piuttosto che la scolta che percorre un sentiero ghiacciato con la stessa attenzione che ha il sabato sera sui Navigli – alle sciocchezze, risolverle con una punizione e stop sembra comunque un approccio un po’ limitato. Anzi, si può anche correre il rischio di amplificare il poco o nulla che c’è (vedi V. Leone, La punizione salda davvero? PE, settembre 2018, https://pe.agesci.it/articolo/la-punizione-salda-davvero/).Non credo che decidersi per una punizione sia per forza sbagliato. Ma sia l’intento che la lettura da comunicare deve essere quella educativa e non punitiva.

Una buona relazione individuale tra capo e ragazzo è fondamentale per poter indagare le cause che lo hanno portato a disattendere una regola. Forse è un capriccio o stanchezza, soprattutto se è qualcosa di estemporaneo. Ma potrebbe essere altro di più serio che non sappiamo. Un classico è l’Akela che alla riunione di fine anno si lamenta del comportamento di Giovanni con la sua mamma …. da Natale non riesce a stare seduto più di dieci minuti in cerchio …. e noi continuiamo a richiamarlo… e non è gestibile… e la mamma gli racconta con un po’ di imbarazzo che si sta separando dal marito.

Detto ciò, parlare di regole è un modo per affrontare il tema della giustizia nelle nostre comunità. Non è argomento secondario, oggi che i nostri bambini e ragazzi provengono da contesti sempre meno omogenei in termini educativi. Un cartellone di regole il primo giorno delle vacanze di Branco, oppure la firma di un patto alla prima uscita di Noviziato sono sicuramente un inizio. Ma in fondo sulle regole di un campo o di una route non c’è moltissimo su cui confrontarsi. Sulla punizione, o sulla sanzione, quando una regola viene disattesa c’è invece più margine. La condivisione della scelta della punizione può essere allora un valido strumento per affrontare di riflesso il tema delle regole in attività. Deciderla assieme non è da vedere come una concessione del capo “illuminato”, ma occasione per bambini e ragazzi per capire che le proprie azioni hanno delle conseguenza. E che quindi se sbaglio, c’è una sanzione. Possiamo contribuire così alla costruzione di quella capacità auto-regolatoria che è alla base della vita comunitaria. In questa ottica è importante che la punizione sia nota a tutti. Quando è decisa su due piedi e in modo diverso da ciascun vecchio lupo, è difficile che il lupetto impari ad auto-regolarsi. Allo stesso tempo la sanzione dovrebbe appartenere al medesimo ambito in cui si è derogato. Qual è il senso di far correre in piena notte chi viene pescato fuori dalla propria tenda di squadriglia? Meglio alzarsi presto a preparare la colazione per tutti.

La condivisione della punizione non toglie comunque al capo la responsabilità della modalità con cui sarà comminata. Ed è proprio in questo momento che la conoscenza della storia di chi si ha davanti, permette di non rendere la sanzione punitiva ma educativa. Chiediamo un piccolo impegno a cambiare, niente di meno e niente di più. Ma così teniamo assieme il principio di giustizia rispetto al gruppo – le regole sono uguali per tutti –, con il percorso di ciascuno.

Forse l’abbiamo fatta troppo complicata. Quando si vuole bene e si ha a cuore il proprio ruolo di educatore tutto questo viene naturale. Ma ogni tanto i nostri ragazzi sono proprio bravi a farci saltare i nervi, e allora prima di intervenire è meglio rifiatare e fare un po’ d’ordine. Sapendo che solo affrontandoli con fiducia e pronti a perdonarli, ci mettiamo nella giusta predisposizione d’animo per aiutarli davvero. Senza tirarci indietro dal provare a fare giustizia per quanto è successo, ma lasciando da parte quei comportamenti che sono invece più da capetti che da fratelli maggiori.

Ringrazio per il confronto sul tema dell’articolo la professoressa Emanuela Confalonieri, docente di Psicologia dell’educazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

[Foto di Marco Dondero]

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