CON DETERMINAZIONE E CORAGGIO

di Ruggero Mariani

La pace è il modo in cui guardiamo la vita

 

Quando il 20 giugno 1992 Paolo Borsellino in risposta a chi chiedeva «Cosa possiamo fare concretamente noi scout contro la mafia?» disse «Noi arrestiamo i padri, voi educate i figli», ci consegnò un lascito enorme, una sintesi dell’intero impegno educativo AGESCI, cui siamo chiamati a confrontarci tutti i giorni. Educare alla Giustizia, pace e nonviolenza (GPN) è infatti un tema amplissimo ma inevitabile, connaturato all’esperienza stessa scout: la parola “pace” porta con sé tutta una serie di parole sorelle (giustizia sociale, perdono, equità, lotta alla povertà, redistribuzione delle ricchezze, dialogo tra culture e fedi religiose, legalità, lavoro, istruzione…) che definiscono chiarissimamente un modello antropologico e di visione del mondo incarnato nelle scelte del Patto associativo, e che possiamo riassumerne nell’espressione di “umanesimo cristiano”.
Ma il mondo, naturalmente, ragiona anche con logiche differenti. Come ben descritta nell’articolo di Michele Nicoletti a pag. 16, una logica in particolare sta andando ben oltre una generica linea politica e – complice l’orrore della guerra, cui addirittura inneggia – cresce ogni giorno di più, fondandosi sulla paura e sulla divisione (paura del diverso, dello straniero, il bisogno di armarsi o di chiudere i porti ai poveracci senza potere) e trovando sempre nuovi nemici (il colore della pelle, l’orientamento sessuale…). Le cronache quotidiane sono piene di innumerevoli resoconti, purtroppo.
Di fronte a questa “logica del conflitto” ci si può ritrovare spaesati, e mi domando con quali occhi i nostri ragazzi stiano osservando il mondo, a quali modelli facciano riferimento, e se e quanto di questa mentalità stia rischiosamente entrando nelle loro coscienze, veicolata da una pervasiva comunicazione che aggredisce urlando alla pancia, che frammenta i punti di vista tendendo a banalizzare la complessità (o di qua o di là, o bianco o nero, o le armi o le armi…), e che non costruisce ragionamenti mancando di lucidità e di pensiero critico.
Se i ragazzi stanno giustamente crescendo, e sono quindi fisiologicamente meno “strutturati” degli adulti e magari propensi a vedere le cose in modo un po’ estremo – come in un famoso videogioco che va tanto di moda, ove è sempre molto facile individuare chi sono quelli da distruggere – noi educatori come ci poniamo? Quanto possiamo aiutarli a dotarsi di lenti con cui leggere e interpretare la realtà?
È il metodo stesso che ci consente di farlo, permettendoci di trasmettere i valori pedagogici (sintetizzati nella legge-promessa-motto, pace e giustizia comprese) nel processo educativo, che come ben sappiamo non è un assunto teorico ma è vissuto nella quotidianità concreta della relazione, giocata su un modello cooperativo che riconosce nell’altro me stesso, che insegna a “sortire insieme” dalle piccole alle grandi questioni, a trovare qualcosa che cambia in meglio la situazione, in reciproca comunanza, crescita e fiducia (“il problema dell’altro è anche il mio”).
Lo scautismo costruisce un contesto fatto di esperienze tipiche – e ognuno saprà elencarne un bel po’ – nelle quali sia i ragazzi che noi capi (naturalmente approcciando da diverse prospettive e da diverse responsabilità) ricerchiamo, riconosciamo e confermiamo significati validi per le nostre esistenze, e che devono avere effetti concreti nella vita reale!
«Il seme della pace, infatti, deve crescere innanzitutto dentro di noi [capi], coscienti che ogni azione di cambiamento richiede un atteggiamento di conversione e un’attenzione al quotidiano, in modo che la nostra testimonianza e il nostro impegno civile siano credibili» (La pace è il modo di guardare la vita, Atti del Consiglio generale 1982, pp. 55-57).

Gli strumenti con cui i ragazzi possono sperimentarsi sono innumerevoli e tutti fondati su qualcosa di molto oggettivo (ottimi antidoti al non saper cosa fare quando, una volta cresciuti, si ritroveranno a dover gestire delle situazioni di conflitto) … dalla legge alla comunità educante, dall’impresa alla partecipazione attiva nel servire l’uomo (cfr. i contributi dedicati alle branche nelle pagine successive); e se oggi la pace è realmente un’urgenza educativa vuol dire che noi educatori siamo chiamati ancor di più a testimoniare con coerenza una via possibile, a tradurre il senso profondo delle esperienze vissute in un modello “di pace” che aiuti le giovani generazioni a cogliere le sfide del nostro tempo, anziché averne paura; a implementare la capacità di gestire le contrarietà e viverle come sfide, opportunità, occasioni di crescita, apprendimento e felicità, uscendo parimenti dall’ottica conflittuale del vincente/perdente, perché il rischio è di rimanere sempre in tale situazione binaria: si può trasformare qualsiasi esperienza in qualcosa che può servire, che costruttivamente può essere utile.
Ci è richiesto un grosso sforzo, e ancor di più una chiara presa di posizione. Lo stesso Baden-Powell – vissuto tra i più grandi conflitti dell’epoca contemporanea – se ne era perfettamente reso conto, ben intuendo che il frutto concreto della dimensione internazionale dello scautismo (che educa i ragazzi alla consapevolezza che il mondo è leggermente più grande e complesso della nostra città o della nostra nazione) non poteva essere altro se non la pace: l’invenzione del Jamboree diventava già cent’anni fa l’esperienza tangibile di quella fratellanza universale che emerge oggi dal magistero di papa Francesco.
Ci è dato questo tempo, che oggi stiamo vivendo: se la pace potrà ottenere qualcosa, non dipenderà semplicemente da come andranno le cose del mondo, ma anche dalla nostra capacità di stare dentro “i conflitti” con determinazione e coraggio.

[Foto di Nicola Cavallotti]

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