Ri-aggiustare l’equilibrio

Silvia si prepara a trascorrere la terza settimana a casa da scuola e ai suoi 5 anni questo pesa molto, anche se non sa quantificarlo se non con «è tantissimo». E ha ragione. Oggi pomeriggio abbiamo deciso di fare una passeggiata tra i campi sotto casa per prendere un po’ d’aria (erano giorni in cui si poteva) e perché – in cuor mio – speravo che la natura e la primavera che si prepara al risveglio, potessero aiutarci a stare meglio.

In questo tempo segnato dal Coronavirus abbiamo osservato i solchi del trattore nei campi, lanciato sassi nelle pozzanghere, contato i funghi accoccolati su un tronco in un fosso, ammirato le prime margherite, ascoltato il cinguettio degli uccelli, corso a perdifiato lungo i campi dissodati; abbiamo respirato l’aria diventare via via più fresca mentre il sole si assopiva dietro le nuvole, ci siamo sfidati a “Indovina chi” con gli elementi della natura e inventato storie. Siamo rientrati a casa accaldati e infreddoliti, stancamente felici, alleggeriti. È bastata un’ora nella nostra natura più quotidiana, che non ha nulla di straordinario se non il suo essere natura, per respirare a fondo. In quella natura ci siamo presi il tempo per passeggiare, soffermarci, inventare, giocare e correre. Abbiamo provato a inspirare energia buona con l’ossigeno e a espirare la fatica e la preoccupazione di questi giorni sospesi con l’anidride carbonica e, fosse anche per un’ora soltanto, ci siamo riusciti.

Sarebbe bello se ogni volta che siamo sotto stress, preoccupati o tristi potessimo affidarci al miracolo della natura. Ma forse non è questo di cui avremmo davvero bisogno. Forse dovremmo “ri-aggiustare l’equilibrio” 1 tra noi e la natura più che diventarne fruitori al bisogno.

Con molta probabilità se ciascuno di noi prova a chiudere gli occhi e a ritornare a quand’era bambino avrà almeno un ricordo legato alla natura. Io ricordo i papaveri che mia nonna mi mostrava nei campi; ricordo il profumo del gelsomino nella casa dei nonni in Sicilia, così come i limoni che raccoglievamo ancora verdi per mangiarli con il sale; ricordo i cachi acerbi e minuscoli che cadevano dall’albero del giardino di casa mia, con i quali cucinavamo per gioco piatti specialissimi e pozioni magiche; ricordo i boschi di castagne in autunno e le chiocciole sul vialetto dopo una sera di pioggia. A rileggerli ora, questi ricordi, mi parlano di una natura quotidiana, a portata di mano. Una natura che tutti noi abbiamo a disposizione, anche se non abitiamo ai piedi delle vette più maestose d’Italia o circondati dal profumo del mare (in questi casi avete tutta la mia sana invidia!). Forse da bambini siamo spontaneamente vicini alla natura, ne sentiamo maggiormente la voce, ne percepiamo con più attenzione i segnali, siamo più predisposti ad abitarla senza doverla conoscere o governare. 

Quel che succede crescendo penso sia diverso per ciascuno di noi, credo conti il posto in cui abitiamo, il lavoro che facciamo, lo stile di vita che abbiamo. E questa nostra abitudine quotidiana alla natura influenza anche il modo in cui viviamo la natura con i nostri bambini e ragazzi. In questi ultimi anni si parla tanto di ambiente e abbiamo visto ragazzi – anche i nostri sicuramente – scendere in piazza in sua difesa; la tutela dell’ambiente ha il volto di Greta, dei materiali organici che iniziano a comparire in sostituzione della plastica negli imballaggi, degli slogan “zero waste” e “plastic free”. Tutto giusto. Ma penso che non possiamo tutelare l’ambiente senza appassionarci alla natura e se davvero crediamo che i bambini e i ragazzi possano costruire una società più responsabile e sostenibile dobbiamo accompagnarci (sì, a vicenda) a vivere la natura che ci circonda: quanto più la conosceranno, la ameranno e la percepiranno preziosa, tanto più ne sentiranno la responsabilità e se ne prenderanno cura. E allora stiamo nella natura, assaporiamola, osserviamone le sfumature. Lasciamoci incantare dall’immensamente piccolo e dall’immensamente grande, dalla delicatezza e dalla dirompenza, consentiamo alla natura di parlarci, raggiungerci, esserci maestra riguardo al nostro essere umani.

Impariamo la lentezza da un fiore che si apre al prato, la capacità di sostare da una lucertola al sole, la ricerca del buono e del bello da una farfalla in volo, il desiderio di puntare in alto dai rami di un albero, l’importanza della concretezza dal profumo della terra, la tenacia dall’edera rampicante, il coraggio da un uccellino che osa il suo primo volo. Impariamo ad ascoltarci dentro quella natura, a riprendere confidenza con il nostro respiro e i nostri pensieri, a ritrovarci pazienti, attenti, vigilanti nei confronti della nostra vita e di quella degli altri. Proviamo a correre un po’ meno, anche se vuol dire nuotare contro corrente. Anche solo ogni tanto, per il gusto di averne la nostalgia e far sì che la nostalgia si trasformi in piccoli cambiamenti quotidiani.
Impariamo dalla natura che ci vuole tempo, per ogni cosa. E che anche noi
abbiamo bisogno di tempo per crescere e per accompagnare i nostri ragazzi a farlo, per conoscerci e conoscerli, per amarci e amarli.

In natura non c’è scarto, ma ogni cosa ha il suo posto e il suo senso. Impariamo a riempire di senso le nostre esperienze, le nostre scelte e le nostre relazioni e a guardare la vita – e il futuro – con speranza e con la fede di chi sa, che ogni giorno, sorge nuovamente il sole a illuminare i nostri passi.

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