Regione e Zona: a servizio

[di Claudio Cristiani]

Capita spesso di sentir dire che il capo-medio dell’Agesci si dedica corpo e anima alla propria unità, ha a cuore il funzionamento del proprio staff (sempre orientato a pensare e a capire che cosa sia meglio per i ragazzi, quali attività li possano entusiasmare e far crescere), vive la comunità capi a volte come un peso e non ne comprende sempre il valore, e poi? Zona, Regione…? Il buio. Aggravato da un senso di pesantezza e dalla convinzione che siano sovrastrutture inutili, insaziabili divoratrici di tempo, energie e risorse (anche economiche). Insomma, che ci stanno a fare? E quei figuri, perlopiù abbastanza attempati, che vagano in un indefinito mondo di comitati, consigli…: chi sono, che fanno?

Non si tratta di una carente conoscenza in ordine alle strutture associative, cui si può porre rimedio con una chiacchierata a un campo di formazione (meglio se un CFT). Vi è piuttosto un drammatico “scollamento” tra la vita e l’impegno concreto dei capi nelle unità rispetto ad altri “luoghi” associativi che vengono sentiti come lontani e inutili. Uno scollamento che continuamente cresce e che pare difficilmente ricomponibile da parte di quadri associativi che in molti casi da anni non vivono più non solo l’impegno nel servizio educativo diretto, ma neppure la dimensione della comunità capi.

Certamente le risposte alla domanda circa la disaffezione dei capi nei confronti della Zona o della Regione sono molte ed è impossibile ricondurle qui a una sintesi. Ma onestamente dobbiamo domandarci: in che modo Zona e Regione, negli ultimi anni, hanno saputo mantenere una vera aderenza con la realtà quotidiana e con le esigenze reali delle comunità capi? In che modo le hanno sapute ascoltare e sostenere? Sono state in grado di mettersi davvero a loro servizio? Perché poi è di questo che si tratta: i capi sono in genere convinti che Zona e Regione, a loro, non servano. Non per un presuntuoso senso di autosufficienza, ma per la percezione netta di un’incapacità di “servire” davvero da parte di strutture che, ad esempio, dovrebbero, per la Zona “stimolare ed offrire strumenti alle comunità capi per realizzare il Progetto educativo, per confrontare e verificare l’azione educativa, per realizzare l’aggiornamento e la formazione dei soci adulti; […] valorizzare e rilanciare le esperienze realizzate nei Gruppi” (Regolamento, art. 11) e per la Regione “promuovere attività, a sostegno delle Zone, proponendo occasioni e strumenti di circolazione delle esperienze” (Regolamento, art. 16). Ma le Zone sanno che cosa accade nelle comunità capi, ne conoscono i progetti educativi? E le Regioni sanno davvero come sostenere le Zone? Viceversa, le comunità capi si fanno conoscere dalle Zone? E le Zone partecipano davvero alla vita della Regione, oppure si chiudono nei loro più o meno gratificanti piccoli mondi?

Quando un capo mi dice che secondo lui la Zona non serve a niente, dopo avere cercato di farlo riflettere circa la sua disponibilità a coinvolgersi in qualcosa che vada al di là della sua comunità capi, mi chiedo anche come la Zona si è posta al suo servizio, se lo ha fatto. E a volte dobbiamo ammettere che manca fantasia, non vi è una capacità vera di ascolto, si ripetono da anni gli stessi schemi, senza avere il coraggio di osare qualcosa di nuovo. Non si vuole capire che quello che è stato nuovo cinque anni fa ora non lo è più e che se le persone partecipano a un certo appuntamento perché ormai se lo aspettano, è diventata una tradizione…, questo non vuol dire che quell’iniziativa sia ancora efficace, o che non si potrebbe trovare qualcosa di meglio e di più adatto a esigenze che, dopo anni, molto probabilmente sono cambiate.

Se davvero le comunità capi sono il cuore pulsante della nostra Associazione, occorre che Zone e Regioni siano sul serio al loro servizio, cercando anzitutto di capire che cosa serva loro veramente. Scontato? Guardandosi in giro non sembra proprio.

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