Passo dopo passo

di Marta Iatta

Una tenda che cade diventa il simbolo delle paure che abitano molti ragazzi: il timore di non farcela, l’ansia di sbagliare, il peso dell’inadeguatezza. Come accompagnarli fuori da questo circolo? È il bello del nostro metodo, fatto di passi concreti e condivisi: perché è proprio partecipando, nodo dopo nodo, che si impara a restare in gioco.

La tenda non sta su. È la terza volta che cade. Il vento entra di traverso, le mani sono fredde, qualcuno sbuffa. Un esploratore si ferma, guarda i pali per terra e mormora: “Non ce la faccio”.

Non sta parlando solo della tenda. Sta parlando di quella sensazione che molti ragazzi e ragazze conoscono bene: la paura di non farcela.

Chi è capo incontra spesso questo momento. Ansia da prestazione, paura di sbagliare, fatica a tollerare una gara persa. A volte un richiamo diventa una ferita. Un conflitto può rompere un rapporto ancora prima di iniziare. Sotto, silenziosa, cresce la sensazione di inadeguatezza.

L’ansia ha un trucco: prende un piccolo inciampo e lo trasforma in un disastro. Costruisce scenari futuri sempre catastrofici, come se un errore diventasse automaticamente una condanna. “E se sbaglio?” diventa “Andrà tutto male”. “E se non riesco?” diventa “Non ce la farò mai”.

E così, a volte, si resta sugli spalti con i pop-corn mentre gli altri giocano.

Come capi e capo, come possiamo aiutare i ragazzi e le ragazze a uscire da questo circolo ansioso? Come evitare che un inciampo diventi una definizione di sé? A volte le situazioni sembrano troppo grandi, e ci sentiamo incapaci. In fondo, non siamo terapeuti: siamo capi.

Forse è proprio qui che il metodo scout ci consegna una bussola semplice: un passo alla volta. Partecipare significa questo: provare, fare un passo anche se tremiamo, restare nel campo anche quando la vittoria non è garantita.

Lo scautismo educa al presente. La strada insegna il passo di oggi, non i chilometri di domani. La squadriglia ci chiede di preparare questa uscita, non tutta la vita. Una costruzione si fa palo dopo palo, nodo dopo nodo. Così l’ansia del futuro si riduce a compiti concreti, possibili e condivisi.

Allora il primo gesto è fermarsi accanto e chiedere con calma: “Ehi, ma tutta quest’ansia cosa ti sta dicendo?”. È paura di fallire? Di non essere visto? Di perdere un posto nel gruppo? “E se succedesse davvero, cosa accadrebbe?”. Ridare misura. Riportare dal “sempre” e “mai” al concreto del “questa volta”.

Aiutare a scoprire che ciò che spaventa abita spesso più nella mente che nei fatti. Che restare nel qui e ora, nel palo da legare, nel nodo da rifare, nella riunione di oggi, è già un modo per non alimentare quel meccanismo che ingigantisce tutto.

L’ansia diventa più grande quando il futuro si fa indistinto e minaccioso. La progressione personale è quasi una pedagogia contro l’abisso del “tutto e subito”. Non chiede di essere pronti per la vita intera, ma per il passo di oggi: una competenza alla volta, un incarico alla volta, un servizio alla volta. La strada insegna che non si percorre l’orizzonte: si cammina il metro che hai sotto i piedi.

Sappiamo che evitare ciò che spaventa lo rende più potente. Per questo non togliamo le responsabilità: le rendiamo abitabili. Restiamo mentre riprovano. Non sostituiamo, accompagniamo. La squadriglia diventa il luogo dove l’errore non è un’etichetta, ma un passaggio.

E poi c’è la nostra presenza. Coerente. Affidabile. Uno sguardo che non cambia quando la performance vacilla. Un adulto che sa dire: “Ti vedo”, “Riproviamo”, “Sono qui”. In un tempo che misura tutto, noi custodiamo spazi in cui si appartiene prima di riuscire. Ed è forse questo che, oggi, rende il nostro servizio così prezioso.

Quando la tenda finalmente si alza, non è solo un pezzo di campo montato: è la prova che abbiamo partecipato, che ci siamo messi in gioco. Partecipare significa esserci, stare accanto, provare e sbagliare insieme. Nello scautismo ci si muove passo dopo passo, nodo dopo nodo, fino a scoprire che la vita, anche quando spaventa, è un’avventura che vale la pena vivere.

Insomma: la tenda resta su. Non perché tutto sia facile, ma perché qualcuno ha provato ancora. Fine della magia, inizio del divertimento.

 

[Foto di Francesca Santeusanio]

 

 

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