LA RISERVATEZZA NON È PIÙ UNA VIRTÙ

di Letizia Malucchi

Cronache di “Estimità” nel mondo dei ragazzi e in quello degli adulti

Dopo aver ricevuto qualche input di redazione dalla dottoressa Eleonora Mazzotti (vedi La quarta rivoluzione) ho scoperto che esiste un tema che viviamo ogni giorno, che per me prima non aveva un nome, che è quello dell’estimità. Sembra una parola inventata, invece giuro che c’è pure sulla Treccani, cercatelo se non mi credete. In sostanza è quello che spinge quelli che stanno a Uomini e Donne a raccontare il loro incontro con il tronista di turno, ma anche quello che spinge me a postare su Facebook se faccio un bel viaggio in qualche posto inedito in bassa stagione. È quello che spinge i ragazzi a condividere i testi delle canzoni che contengono messaggi in codice (ma nemmeno tanto) sul loro stato d’animo. Sono le foto delle “slinguazzate” con i fidanzatini/e nelle stories, di quell’outfit che non lascia nulla alla fantasia.

E se tirare fuori quello che abbiamo dentro, specie agli scout, è sempre stato un mantra, un inno di verità e trasparenza a cui tutti abbiamo sentito di dover tendere, sento che a volte questo impulso è portato alle estreme conseguenze, non sempre in modo costruttivo. Ci sono state delle volte, ai Punti della Strada, in cui mi è capitato di ascoltare i ragazzi condividere delle esperienze talmente personali da provare imbarazzo per loro. E se da una parte accolgo con gioia il dono della loro fiducia, mi chiedo dall’altra se abbiano la percezione di cosa, nella comunicazione, appartiene alla sfera personale e alla sfera pubblica. Ci sono delle situazioni che sono preziose perché sono solo tue, e abbiamo tutto il diritto di tenercele strette. E questo vale per gli avvenimenti, ma anche per le idee. Paragonabili, e forse ben più dannose di certe foto sconce sono le nefandezze che spesso si leggono sui social, a volte anche in quello che dovrebbe sembrare un “dibattito tra capi” in apparenti aree dedicate del web (la sezione commenti di questi articoli, ad esempio), ma che di fatto non lo sono, e che quindi richiederebbero una certa misuratezza dell’essere taglienti e provocatori, un certo senso del “i ragazzi potrebbero leggermi” per portarci a riflettere più a fondo prima di premere “invio”, o a scegliere spazi di dibattito diversi (meglio se non virtuali?).

Il problema è che la rete delle nostre relazioni e dei nostri contatti ha le maglie talmente larghe grazie a internet, che quando ci confidiamo con una community digitale in realtà stiamo già gridando in piazza. E se noi adulti forse facciamo fatica a capirlo, i ragazzi dal canto loro l’hanno interiorizzato molto bene. Forse la loro asticella del pubblico e del privato si è invece spostata, abituati e desensibilizzati da questa agorà illimitata di visualizzazioni e pareri estranei? Ci può essere del buono in questa dinamica, si può così essere più liberi, più sinceri, più veri? Come al solito forse ciò che conta davvero, come capi, è saper essere e dare l’esempio di “saggi digitali”; ed essere quel cuore e quell’orecchio in carne ed ossa pronto ad accogliere e ad ascoltare, on-line e o-life.

[Foto di Sara Bonvicini]

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