Entrate e toccate

Incaricati nazionali e assistente ecclesiastico alla branca L/C

In branco e in cerchio l’annuncio è fatto di esplorazione, gioco e scoperta: occasioni per fare e farsi domande.

 

Dio, nessuno l’ha mai visto:

il Figlio unigenito, che è Dio

ed è rivolto verso il seno del Padre,

è lui che ce lo ha rivelato (Gv 1,18)

Credere per i bambini è la ricerca di un abbraccio

La chiusura del Prologo del Vangelo di Giovanni ci offre un’immagine potente, quella di Gesù che è nell’abbraccio del Padre: proprio grazie a questa intimità Gesù può raccontarci non solo la sua relazione con il Padre, ma anche chi è il Padre, rivelandolo a chi accetti di partecipare a questa relazione.

Così, l’Annuncio (il Primo Annuncio) nasce da una dimensione affettiva, da quello stesso abbraccio che è Gesù che si fa carne e che è l’immagine di una comunità, quella che ci consola e ci fa star bene, della quale i bambini sono sempre alla ricerca.

Credere per i bambini è esplorare

Credere per i bambini è curiosità, stupore e meraviglia, è farsi delle domande, cercare, esplorare, alla ricerca delle cose nascoste. «Dove sei?» è la domanda che attraversa la storia di Israele, è quella di Mosè, di Abacuc: appartiene anche ai bambini perché è quella che li pone continuamente in una tensione di ricerca dell’altro, spingendoli in quel territorio in cui «l’altro ti aiuta in tutto ciò per cui non ti basti da solo» (Daniela Lucangeli, Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere, Erickson, 2019), nella ricerca di un desiderio che costruisco alla luce della Parola.

Credere per i bambini è scoprire di essere cercati

Serve l’abbraccio della Comunità, delle relazioni con gli altri, fatte di cura e custodia perché i bambini possano scoprire e gustare la bellezza di essere cercati, di qualcuno che li chiama. La Comunità, se è capace di nutrire e non di giudicare, consente di fare esperienza della fiducia e così di una crescita nella Fede.

Credere per i bambini è un gioco serio

«Dove sei?» è anche la domanda che Dio rivolge a Adamo per primo, come a Samuele, ed è una domanda da prendere sul serio. Serietà è la consapevolezza, della quale i bambini sono capaci e degni, di essere di fronte a una cosa importante. Serietà è anche la pretesa che i bambini ci rivolgono chiedendoci la responsabilità di non fornirgli contenuti o informazioni e nemmeno risposte, ma spazi e occasioni per fare e farsi delle domande, e adulti in grado di sostenerle. È uno “spazio vuoto” quello che ci chiedono i bambini, uno spazio di ricerca, che è quello della Fede.

Credere per i bambini è rivelare la vita

Il “credere” dei bambini così è la loro stessa vita fatta di affettività, desideri, vissuto quotidiano che dobbiamo recuperare, riconvocandoli nella comunità, garantendo luoghi e modi di ascolto e di narrazione che li facciano stare bene, che a loro piacciano e che possono alimentare la catechesi che diventa così momento di ascolto e risonanza della vita.

Credere è avere cura di se stessi, degli altri, di Dio

La comunità deve essere luogo nel quale i bambini sentono di potersi prendere cura liberamente e pienamente di se stessi, degli altri e di Dio. In questo modo, attraverso l’azione creativa dello Spirito Santo, si genera un “noi” diverso. Dobbiamo chiederci quanto siamo disposti e pronti a essere così Chiesa in uscita, ad aprirne le porte, senza dire «non entrare, non toccare, guarda soltanto…», quanto siamo disposti cioè a dare, anche in questo caso, spazi di esplorazione, di gioco e di scoperta.

Credere è poter leggere la vita alla luce del Vangelo

Nel branco e nel cerchio il grande annuncio del Vangelo trova i propri elementi essenziali nelle esperienze che i bambini possono concretamente vivere nello spirito della famiglia felice e nella dimensione simbolica che la caratterizza. Dobbiamo chiederci con quali parole e gesti il Vangelo viene annunciato ai bambini, quanto i riti parlano la loro lingua, quanto sono evocativi di ciò che realmente accade nella loro vita.

[Foto di Nicola Cavallotti]

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