Chiamati a sogni fantastici

di Alice Perata, Claudio Trimarchi - Pattuglia Nazionale Branca L/C

Si addormentò profondamente. Fece un sogno molto strano: volava ad altissima quota, sicuramente nella realtà non raggiungibile da una Cocci. Man mano che si avvicinava alla cima del monte, il leggero mormorio che l’aveva accompagnata in quel fantastico volo si faceva sempre più chiaro, fino a diventare l’eco di una voce lontana: «Cocci vieni, ti aspetto… Cocci vieni…» «Eccomi!» gridò più forte che poteva Cocci e… il sogno svanì.

“Non c’è niente di meglio di un sogno per creare il futuro”, diceva Victor Hugo e i bambini sognano intensamente: sognano di notte, come tutti, ma soprattutto sognano a occhi aperti durante il giorno, provando a immaginare i futuri possibili. Hanno una capacità innata di sognare perché semplicemente non conoscono, ma vogliono farlo, e allora immaginano, fantasticano, creano con la fantasia, e come ci ricorda Walt Disney, la fantasia non è solo un vezzo o una sciocchezza ma diventa forza concreta: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”.

Con i lupetti e le coccinelle viviamo immersi nell’ambiente fantastico, un contesto caratterizzato dalla fantasia, capace di raccogliere i sogni, e che si fonda sul “rispetto della psicologia del bambino e della bambina” (Regolamento Metodologico art. 9.3a L/C). Riconosce sì i bambini come portatori sani della capacità di sognare, però, ci ricorda che quelli più in difficoltà siamo proprio noi adulti.

Ancora una volta è il metodo a venirci in aiuto: l’ambiente fantastico prevede “la presenza di una figura che permetta all’adulto di inserirsi nel gioco” (art. 9.3b LC). Questo consente anche a noi capi e capo, di avere uno spazio nel gioco, di camminare, di fantasticare e di sognare insieme ai fratellini e alle sorelline che ci sono affidati.

Siamo chiamati a saper vedere, nel lupetto e nella coccinella, l’uomo e la donna della Partenza, a crescere “persone significative e felici” (Patto Associativo), persone che non smettono di cercare e di realizzare i loro sogni.

Progettare non significa riempire programmi, ma creare contesti che stimolino curiosità, autonomia e partecipazione, permettendo ai sogni di ciascuno di prendere forma nel presente. Non tutti i sogni diventano progetti: alcuni restano belli, ma lontani. È solo quando qualcuno li ascolta davvero che iniziano ad abitare l’adesso, il tempo in cui gioco, vivo e sono.

Durante un’uscita Pietro va a cercare Akela: vuole scegliere le prede per diventare lupo della rupe e ha un sogno chiaro, costruire una casa vera, con porte e finestre. Akela lo ascolta e, insieme, si domandano per chi potrebbe essere quella casa. Pietro decide così di costruire una casetta per la famiglia di uccellini che vive vicino alla sede. Dopo qualche tempo, la casetta viene appesa e Pietro inizia a prendersi cura degli uccellini, portando loro i semini adatti.

Durante il campetto invernale, le coccinelle del cerchio dell’edera desiderano lasciare il mondo un po’ migliore di come lo hanno trovato. Durante il consiglio della grande quercia decidono di prendersi cura della casa che li ha ospitati e insieme si rimboccano le maniche per sistemare muri e panche. Sono piccoli gesti, ma nascono da sogni ascoltati, creduti e resi possibili. Tutti gli strumenti del nostro metodo possono aiutarci ad accompagnare i bambini e le bambine nel sognare e nel trasformare i sogni in realtà: il gioco delle prede e dei voli, le specialità, l’attività a tema, spesso partono da lì un sogno o un desiderio di vedere qualcosa di nuovo e di bello.

Soprattutto in questo tempo, abbiamo bisogno della capacità dei bambini e delle bambine di sognare mondi differenti, soluzioni per un domani diverso. Loro possono essere maestri di speranza: il nostro compito è custodire quella cornice nella quale i sogni possono prendere forma.

Un sogno, per diventare futuro, ha bisogno di qualcuno che creda sia possibile. E allora, per continuare a sognare insieme, ci incontreremo al Convegno Nazionale Da Filo a Trama: un’occasione per fermarsi, ritrovarsi e, ancora una volta, riscoprire l’ambiente fantastico, lasciandoci accompagnare da fili di sogni che, intrecciati, possono diventare trama di futuro.

«Ho dato la mia parola. Gli alberi lo sanno, il fiume lo sa. Finchè il Dhole non se ne sarà andato la mia parola non tornerà a me» […] «Così sia, allora» concluse Kaa «Non ti darò la mia parola. Ma che cosa hai sullo stomaco di fare quando verrà il Dhole?» […] «Ciò che è, è già stato. Ciò che sarà non è altro che un anno dimenticato che ritorna indietro».

 

[Foto di Rossella D’Arrigo]

 

 

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