L’inesauribile fantasia dell’amore

Ormai da qualche settimana il COVID-19 oltre ad aver fermato le scuole, i ristoranti, i negozi e le fabbriche ha anche fermato le normali attività settimanali che facciamo con i 183.638 ragazzi iscritti alla nostra Associazione e con cui, alla luce del Patto Associativo,
ci relazioniamo con quella che chiamiamo “intenzionalità educativa”.
Come tutto il Paese anche noi ci siamo attrezzati per rispondere all’isolamento forzato e a questo virus che ci impedisce la vicinanza fisica, ma non attenua il desiderio di essere presenti nella vita dei ragazzi che ci sono stati affidati, aiutandoli a vivere al meglio anche questo periodo particolare e sicuramente difficile sotto tanti aspetti.
I più attenti, ma anche i più fortunati e non impegnati in prima linea contro il virus, hanno da subito cercato di intravedere dentro questo periodo le possibilità nascoste. Anche la Chiesa con l’opera encomiabile di tanti parroci, con l’empatia di Papa Francesco, vista la concomitanza con il tempo di Pasqua, ci ha invitato a sfruttare questo tempo per riflettere
sulla nostra vita, le nostre priorità, tradizioni, modi di fare e credenze che ci limitano magari il campo visivo e da cui forse potremo prendere le distanze durante questo tempo così particolare.
Lo scautismo italiano ha già vissuto un periodo in cui la situazione esterna gli impediva di riunirsi liberamente e di vivere tutti i momenti che il nostro metodo ci offre, sia come ragazzi che come capi. In quel caso il fattore impedente era una dittatura e non è possibile paragonare i due momenti o le due prove, perché non sarebbe rispettoso per chi ha vissuto un’oppressione ben più invadente di un virus. Le Aquile Randagie però ancora una volta possono esserci d’esempio per le tre caratteristiche che le distinguevano: la resistenza, il coraggio e la creatività. Le sfida dell’Agesci, ai tempi del coronavirus, ma soprattutto, passata l’emergenza, per il futuro, sono due: capire come abitare quei tre valori e sfruttare questo momento come occasione per ripensarci dove ne abbiamo bisogno.
L’Agesci ed i suoi capi sono chiamati a resistere, non facendo scappare i ragazzi lontano dal regime attraverso i gradoni della Val Codera, ma noi capi siamo chiamati a contrastare la lontananza e l’impossibilità di una presenza fisica che rischia di portarci via, cioè di far uscire dal nostro gioco educativo, alcuni ragazzi. In questo momento rischiamo di perdere
soprattutto quei ragazzi che ci sono vicini, non perché aiutati da famiglie che li spingono verso una realtà positiva come la nostra, ma piuttosto quelli provenienti dai contesti “di frontiera” che hanno incrociato la strada dell’Agesci perché siamo riusciti ad intercettare il bisogno di una realtà forse povera, rischiosa, poco attenta ai bisogno dei più piccoli,
oppure semplicemente poco stimolante ed attrattiva. Possiamo farlo tornado ad utilizzare, o per chi non ha mai smesso valorizzando sempre di più, quella cura al singolo e al particolare che caratterizza il nostro metodo e di cui sicuramente siamo stati destinatari noi da più piccoli.
L’Agesci ed i suoi capi sono chiamati ad avere coraggio perché individuare i nostri punti deboli ed avere la forza e la volontà di risolverli non è mai facile. Perché per scoprirci portatori di contenuto dobbiamo prima capire dove ognuno di noi è distante dalle scelte e dai valori che proponiamo. Perché significa accettare di non avere ragione, di non aver capito tutto della realtà che ci circonda. Significa soprattutto cercare una vera comunione con il Signore e con la Chiesa, affrontando il percorso che questa comunione comporta.
Perché ci vuole coraggio in questo tempo a prendersi la responsabilità dell’educazione, a giocarsi preziose ore libere con i propri affetti, alle ferie o ad un semplice riposo. Perché ci vuole coraggio ad identificare ed indicare cosa serve per costruire, come dice B.P., “il miracolo di una cattedrale di gioia”.
Infine, infatti, l’Agesci deve avere il coraggio della creatività. Nel Patto Associativo ci impegniamo ad educare dando ai ragazzi la possibilità di rispondere alla realtà “inventando nuove risposte alla vita con l’inesauribile fantasia dell’amore”.
Questa è la fantasia a cui siamo chiamati noi capi oggi, cercando di capire che le giovani generazioni del 2020 non devono avere il coraggio della scelta come in passato. Quello occorre nel momento in cui le strade, i percorsi, la realtà ed i valori sono chiari ed evidenti. Si è infatti capaci di scegliere davvero solo in un contesto in cui si può discernere da che parte stare e quali valori aderire. I giovani d’oggi vivono, diversamente da qualche decennio fa, una realtà liquida, dove i valori sono opachi e poco evidenti, dove non si sa come raggiungere la felicità. Come puoi cercare la strada della felicità se la retorica imperante, anche dentro la scuola, racconta, per esempio, che si è sempre nati nel posto sbagliato? Se si tratta
della provincia è perché è troppo priva di stimoli, chiusa in se stessa e povera culturalmente, se ci si trova nel grande centro abitato è la frenesia, il relativismo e la grande accessibilità di opportunità che poi mette in difficoltà nella scelta. Una retorica diffusa vuole dipingere l’Italia con soli aggettivi negativi: gerontocratica, reazionaria, povera, retrograda, poco meritocratica, troppo religiosa; un posto “sbagliato” insomma.
Oppure semplicemente come un Paese dove non c’è spazio per voler fare un lavoro manuale, d’artigianato, di perizia tecnica, bisogna essere tutti super-laureati perché altrimenti “ti passano avanti”, cioè, fondamentalmente, non si è competitivi.
Il problema ovviamente non è poter avere il sacrosanto diritto di scegliere dove abitare, se a Milano, Firenze, una delle tante città di provincia italiane, a New York o a Londra. Il problema e se si parte non per scelta, e quindi crescendo dalla nostre radici, ma se lo si fa perché si pensa che si è rincorsi dal mondo, e allora le radici si devono recidere per poter scappare il più lontano e il più velocemente possibile. Così come il problema ovviamente non è la sacrosanta accessibilità ai più alti gradi dell’istruzione, ma è farlo per necessità e non per passione, per potersi affermare e non per costruire. Dove sta scritto che non ci può essere felicità dietro una delle tante belle professioni (o arti) che il nostro Paese, tra l’altro, è sempre stato capace di esprimere? L’Agesci deve saper rispondere a queste esigenze, alla difficoltà di costruire una vita felice non per mancanza di possibilità, ma per mancanza di libertà dalle sovrastrutture della percezione comune. Deve saper educare alle scelte identitarie di cui è capace solo la creatività individuale alimentata da una comunità viva e attenta alle esigenze del presente.
È un compito difficile, sfidante e complicato. Ma se non saranno gli scout a giocare in prima linea nelle esigenze educative, chi lo farà? Chi altri, se non l’Agesci, può educare al radicamento nel proprio territorio, al contribuire alla sua crescita o al coraggio di fare lo zaino e partire per lontano, all’avventura, alla rincorsa dei propri sogni? Chi altri, se non l’Agesci, può educare alla bellezza del saper scegliere ed investire sulle proprie capacità
piuttosto che rincorrere il percorso più appariscente, ma magari non adatto a tutti? Se con resistenza, coraggio e creatività le Aquile Randagie riuscirono a resistere un giorno in più del fascismo, a salvare vite umane e ad superare la II Guerra Mondiale, perché non potremmo noi rispondere positivamente alle sfide del 2020?

Tommaso Feliziani, Foligno 1.

Gli articoli della sezione “La parola ai Capi” sono opinioni personali dei singoli autori. Non rappresentano la voce di Pe né di AGESCI.

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